Ora la Sinistra vuol portare i rom in Parlamento

da Milano

C’è anche una giovane rom tra i candidati in corsa per il Parlamento. A metterla in lista è la Sinistra Arcobaleno, nel collegio numero uno della Lombardia. E proprio in Lombardia, qualche giorno fa, è stata approvata una legge, targata Lega Nord, che di sicuro non spalanca le porte ai rom. Ma che, al contrario, punta a eliminare tutti i campi nomadi nel giro di un anno.
Dijana Pavlovic, serba, sarebbe la prima zingara italiana a far parte del governo italiano. Già era stata candidata alle elezioni comunali di Milano nella lista di Dario Fo e ora punta al vero salto politico. È la numero otto della lista e quindi il suo ingresso alla Camera è un po’ difficile. Ma non certo impossibile.
Immediate le reazioni del Carroccio che giudica la candidatura della giovane rom «una provocazione delirante». Davide Boni, l’assessore lombardo al Territorio che si è battuto per approvare il provvedimento «spazza campi nomadi» insorge: «Ormai siamo alla deriva della politica. È assurdo cominciare a importare rom e stranieri per parlare di politica italiana. Cosa va a fare a Roma una rom?». Secondo l’esponente del Carroccio una candidatura come questa «non ha senso». È una «strumentalizzazione» studiata ad hoc per raccogliere voti. In realtà a spingere per la candidatura è stato il comitato nazionale rom e sinti che ha fatto il giro di tutti i partiti per chiedere di mettere in lista un esponente rom. «La Sinistra Arcobaleno - spiega la candidata - è stata l’unica a rispondere al nostro appello. Certo, non mi sarei mai candidata con Berlusconi o Veltroni, né con chi vuole cacciare via dal Paese chi è diverso». La Lega sostiene si tratti di una forma di «razzismo al contrario». Per lasciare il posto in lista a Dijana sono stati messi da parte tutti i giovani lombardi della Sinistra Arcobaleno che «di sicuro sono più consapevoli di quali sono i problemi italiani e lombardi. È un po’ come dire che loro non sono in grado di sostenere il ruolo di parlamentare mentre lei, che non ha nemmeno studiato in Italia, sì».
Matteo Salvini, candidato leghista, rincara la dose: «Chi si somiglia si piglia. Ma gli elettori sono abbastanza svegli per decidere se vogliono mandare in Parlamento chi lavora o chi rappresenta gruppi che vivono di altro».