Ora la Siria è contenta dell’Italia «Prodi e D’Alema nostri amici»

George Jabbour, influente politico di Damasco, «smaschera» il cambio di politica estera di Roma in Medio Oriente

Fausto Biloslavo

da Como

Prodi e D’Alema sono i nuovi «amici» della Siria, tutt’altro rispetto al precedente governo italiano, fedele alleato degli Stati Uniti. Lo spiega al Giornale, George Jabbour, 67 anni, parlamentare di Damasco, di origini greco ortodosse, ex consigliere del vecchio presidente siriano, Hafez Assad, che dopo la sua scomparsa ha lasciato al potere il figlio. Jabbour ha partecipato, negli ultimi due giorni, a un convegno a porte chiuse sulla drammatica situazione irachena, organizzato a Como dal Landau network-Centro Volta, con l’aiuto del ministero degli Esteri.
Cosa pensa della recente apertura politica del premier italiano, Romano Prodi, nei confronti della Siria?
«La Siria ha sempre creduto che l’Italia possa giocare un ruolo importante nella regione mediorientale. Durante il periodo del governo Berlusconi il vostro Paese seguiva la politica americana, basta vedere il caso dell’Irak. Del professor Romano Prodi abbiamo maggiore fiducia e apprezziamo le sue aperture nei nostri confronti. Sta iniziando, con il suo governo, a prendere le distanze dalla politica di Washington. Anche la posizione del vostro ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, sulla Palestina e sul Medio Oriente sta migliorando l’immagine dell’Italia ai nostri occhi e nel mondo arabo».
La Francia, però, non è d’accordo con la politica di apertura di Prodi nei confronti di Damasco.
«Prodi ha la capacità di formare un’alleanza di importanti Paesi europei per affrontare i problemi sul tappeto in Medio Oriente».
Mezzo mondo ha puntato il dito contro i siriani per il recente assassinio del ministro dell’Industria libanese, il cristiano maronita Pierre Gemayel. Come replica?
«La Siria non ha nulla da guadagnare e tutto da perdere da questo omicidio. Guarda caso è avvenuto nel momento in cui intendiamo assumere una funzione di mediazione e pacificazione nella crisi irachena, che non dispiacerebbe agli americani».
Ma se dalla Siria arrivano in Irak gran parte dei volontari che si arruolano nei gruppi terroristici come Al Qaida?
«Abbiamo chiesto alle forze irachene di pattugliare assieme la frontiera. Non è facile controllare un confine così lungo. Per questo vorremmo che gli americani ci fornissero apparecchiature adeguate di sorveglianza, ma non ce le hanno date. Spero che dalla riapertura di relazioni diplomatiche con Bagdad di questi giorni nasca una nuova politica per risolvere la crisi irachena».
Torniamo agli attentati in Libano. Sicuro che frange dei servizi siriani, fuori controllo, non abbiano compiuto atti destabilizzanti nel tentativo di salvarsi dal coinvolgimento nell’assassinio dell’ex premier Hariri?
«Difficile credere a qualcosa del genere, perché le nostre forze di sicurezza sono molto disciplinate. E in ogni caso non ci sono vere prove».
Perché appoggiate con tanta veemenza il partito armato sciita Hezbollah?
«Hezbollah è un movimento di resistenza. Assieme all’Iran siamo alleati da tempo contro Israele, che ha occupato a lungo il sud del Libano».
I caschi blu italiani in Libano stanno correndo dei rischi?
«Non da parte nostra o dagli Hezbollah, che hanno dato ordine di comportarsi bene con le truppe dell’Onu. Eventualmente devono temere i caccia israeliani che continuano a sorvolare impunemente il territorio libanese».