«Ora sto con Rotondi ma mi riconosco nella Lega Però state tranquilli, non farò più politica attiva»

Si riaffaccia alla vita politica e lo fa da dove era partito. «Dall’autonomia, nella serena convinzione che solo questa scelta possa garantire un’Italia migliore, più equa, solidale e accogliente per tutti». Non ha dubbi Marco Formentini, classe 1930, ex sindaco leghista di Milano. Dietro di sé il borgomastro ha anni di esilio dorato nelle stanze del Parlamento europeo.
Da pendolare di lusso del centrosinistra alla Democrazia cristiana per l’Autonomia. Come mai?
«Perché, adesso, il confronto politico avviene all’interno del centrodestra. La sinistra è ormai irrimediabilmente persa».
Ma Formentini, ora che potrebbe occuparsi dei nipotini pensa ancora alla politica?
«Tranquillo, non ho voglia di fare politica attiva. È da anni che non la faccio, dal 2004, e non intendo mancare alla mia promessa».
Una promessa? A chi?
«Be’, ai miei cinque nipotini e alla mia Augusta...».
Ah, la first sciura dei milanesi che batteva i mercati insieme a lei contro il «nemico» Nando Dalla Chiesa.
«Quella vittoria del ’93, quando divenni sindaco e sconfissi il “sinistro” Dalla Chiesa non mi è mai stata perdonata. È una sconfitta che alla sinistra, glielo garantisco, brucia ancora».
Scusi, sono passati quindici anni. Non crede di esagerare?
«Esagerare? Ue’, nel ’93, la sinistra fece quaterna: vinse a Genova, Torino, Roma e Venezia. La cinquina non le riuscì: i milanesi fecero vincere la Lega. Era il post-Tangentopoli, il dopo monetine lanciate contro Craxi...».
Era il pool della Procura che sbatteva dentro e che faceva politica...
«Sì, era tutto questo. E la Lega che vinse e governò Milano. Il Carroccio divenne il simbolo del buon governo».
In verità, ci fu anche molto dilettantismo politico e un rimpasto finale con l’opposizione.
«Storie del passato. Se ci fosse stata l’alleanza nel ’97 con Berlusconi, allora avremmo continuato a governare Milano».
E, invece, ecco il governo della città con Gabriele Albertini e la sua capriola politica per entrare nei Democratici di Prodi e Parisi. Pentito?
«Con Parisi sono amico e lo stimo moralmente e intellettualmente. Prodi è storia diversa».
Vuol dire che non lo stima?
«Voglio dire che politicamente è insufficiente anche se dotato di buona volontà. L’ho conosciuto e bene al Parlamento europeo, dove sono stato eletto dal 1994 al 2004. Prodi ha la colpa di essersi consegnato alle sinistre, di essere stato un “re Travicello”. E questo lo condanna politicamente».
Intanto, ripercorrendo la sua carriera, lei spezza la sua luna di miele con Umberto Bossi e la Lega. Mai rimpianto quel passato?
«Nel ’98 nasce la questione Padania e la svolta secessionista. Dissi chiaramente che la secessione era (e resta) un “disvalore”. Oggi mi riconosco nella Lega che ha il vantaggio di aver incontrato Silvio Berlusconi ovvero un punto fermo e chiaro nella politica italiana. Certo, in quella Lega di allora che offendeva Berlusconi un giorno sì e l’altro pure non potevo essere di casa. Io sono e resto un moderato».
Un moderato che (ri)torna nel centrodestra grazie a Domenico Zambetti e Gianfranco Rotondi.
«Felice di esserci. Perché nel Pdl c’è il confronto e, poi, è la sola soluzione per il futuro politico del Paese. Comunque, sia chiaro: non ritorno a fare politica. Oggi mi occupo dei miei nipotini e vivo tra Milano e Montecarlo. La politica la fa e bene un leader indiscusso come il premier Berlusconi».