Ora il suo destablishment può risvegliare l’Italia

Un rivoluzionario accerchiato da conservatori. È il presepe del nostro Paese al termine di un anno tempestoso. Un re rivoluzionario amato dal suo popolo che reagisce in modo feroce contro i poteri forti e inerti. Destablishment. Ovvero un leader contro l’establishment. Non so come andrà a finire, prevedo una tregua di Natale ma non intravedo ricomposizioni venture. Però vorrei tentare un’altra lettura, inconsueta e forse leggermente eversiva, della situazione. Approfittando della complicità del popolo sovrano, un intruso, quasi un folletto, uno scazzamuriello, si è infilato nel cuore delle istituzioni, in mezzo alla Casta dei politici di lungo corso, dei Magistrati, dei Tirannosauri e degli opinion makers del Paese. E mette a dura prova i codici del Politicamente Corretto, il Galateo delle ipocrisie, le Paralisi incrociate e le cerimoniose omertà. Dice quel che pensano gli italiani e questo è un bene e anche un male, per carità, un segno di libertà ma anche di irresponsabilità, non dico di no. Però il proposito non è di sfasciare ma di governare, non di distruggere ma di costruire, non di violare ma di rispettare il mandato democratico, di ridare fiducia a un Paese stanco, vecchio, annoiato, disperato; piegato su se stesso, senza prospettive, senza idee forti, senza vere élites. Un Paese spompato.
I Palazzi del Potere, le Occhiute Istituzioni, i Supremi Vigilanti, a volte muniti dei conforti religiosi di qualche catechista sull’orlo dell’ateismo, non reagiscono al declino italiano, all’inerzia con cui si perpetuano le classi dirigenti, all’assenza di riforme e di grandi opere, all’invasione di immigrati per resa, denatalità e stanchezza degli indigeni. Stanno lì impalati ad amministrare solo il loro potere e i suoi riti senz’anima in un Paese cadaverizzato, che non sembra entrato in Europa ma in obitorio. Usano paramenti sacri per travestire di autorevolezza il Vuoto che essi rappresentano. Impassibili di fronte al degrado della vita pubblica e privata, reagiscono in modo veemente solo alle pazzie dell’Intruso, riscoprono le energie solo per castigare il Bambino Rivoluzionario che si è infilato, col favore popolare, in Palazzo Chigi. Fermatelo, sparatelo, arrestatelo, fate qualcosa. Lo dicono i suoi avversari di ieri ma anche i suoi beneficiati di ieri, lo dicono i Gendarmi delle istituzioni e le comari della Repubblica. Eppure questo Paese altro che di elettrochoc avrebbe bisogno; una cura da cavallo più che da Cavaliere, un trauma per svegliarsi. Qui il Paese sta scemando, sfuma nella vecchiaia non solo anagrafica ma politica e civile, non vi dico poi che zombie rappresentano la cultura del Paese, impedendo che entri aria nuova. La creatività se n’è andata via da un pezzo dal Paese dei talenti; non c’è pane amore e fantasia ma una carica di livore nel grigiore di tanta mediocrità. La pizza trionfa nel mondo eccetto in Italia dove vincono il sushi e il kebab. La lingua italiana gode una stagione di rinascita internazionale mentre patisce una povertà senza precedenti in casa propria. Alla fine l’Italia sarà riprodotta dai giapponesi o a Las Vegas, andrà più la copia che l’originale. Ma questo, ai 40 marpioni che comandano in Italia, frega poco o punto. L’importante è cacciare Ali Babà. Ridurre il premier a venditore di tappeti volanti, se non a criminale; nel nome della serietà o forse della serialità: bisogna essere politici di serie, dire le stesse cose, non uscire mai dal protocollo e dal minuetto dei raggiri istituzionali. Quel che chiamano rispetto della Norma e rigetto dell’eccezione, è proprio questa serialità, questo rifiuto dell’eccellenza, questo conservatorismo della mediocrità che isola chi eccede dallo standard.
Da una vita difendo il senso dello Stato e il decoro delle istituzioni, l’amor patrio e il valore dell’italianità. Ma quando lo Stato è solo contrazione di statico, quando il decoro si riduce al coro monotono della finzione permanente, quando l’amor patrio è solo difesa della patria di lorsignori, ovvero della casta che domina e che lascia deperire l’italianità, allora preferisco lo strappo. Questo Paese è imbalsamato, ha bisogno di una scossa. Certo, non di una guerra incivile permanente, non di una caduta nel brigatismo rozzo e nell’eccitazione continua. Ma ha bisogno di una scossa. Riforme, messaggi, mobilitazioni, risvegli. Berlusconi esagera? È vero, esagera anche se non ricordo una caccia all’uomo paragonabile a quella che sta vivendo lui. Ma vi rendete conto che questo Paese rischia di prendersi la croce assurda di Mafiopoli, ovvero di accettare la nomea inverosimile di Paese dove regna la Mafia, pur di disarcionare il Cavaliere dal governo? C’è gente che è disposta a distruggere la credibilità del nostro Paese, il suo collante interno e la sua immagine esterna, pur di sovvertire l’esito del voto e mandarlo a casa, meglio se agli arresti domiciliari.
Tra le dichiarazioni contro Berlusconi merita l’oscar del ridicolo quella del suo ex sodale e adottivo GianBruto Fini: Berlusconi chiarisca. Ma siamo scemi? Non era fin troppo chiaro quel che ha detto a Bonn? Semmai l’esortazione doveva essere opposta: non chiarisca troppo, si fermi a un linguaggio più paludato e diplomatico, renda oscuro il suo messaggio brutale, più conforme al burocratichese e al politichese. Mi auguro che i toni eccessivi siano gradualmente cancellati, che si torni al rispetto reciproco e alle buone maniere. Ma mi auguro che la spinta rivoluzionaria passi dal lessico esagerato alle opere. Che la rivoluzione cominci, e finiscano i proclami.