"Ora via alla terza ricostruzione d’Italia"

Berlusconi: &quot;Ho parlato al Paese perché vogliamo rappresentare tutti i moderati. I nostri primi obbiettivi? Uscire dalla crisi più forti di prima e superare l’incertezza politica modernizzando le istituzioni dello Stato&quot;<br />

Roma - «Oggi ho parlato al Paese». Lo dice nel backstage della Nuova Fiera di Roma appena concluso l’intervento e lo ripete nel pomeriggio a Palazzo Grazioli durante più d’una telefonata. Berlusconi traccia il bilancio della tre giorni congressuale che ha visto nascere il Pdl e non nasconde la sua soddisfazione. Un discorso, quello del premier, volutamente istituzionale e con poco spazio a quell’improvvisazione che spesso e volentieri è stata la chiave del suo successo tra la gente. Sabato notte a via del Plebiscito si è andati avanti a limare e ritoccare fino alle cinque di mattina, con l’obiettivo di mettere nero su bianco un discorso che guardasse al futuro ma che avesse anche il più ampio respiro possibile. Perché l’obiettivo dichiarato del Pdl è raggiungere il 51% dei consensi e rappresentare «tutti i moderati italiani». Per questo Berlusconi non entra nel merito dei passaggi più delicati di Fini, dal testamento biologico alla questione immigrazione. Perché, spiega Alfano, «parlare al partito sarebbe stato autoreferenziale». Gli intenti, invece, sono altri. E guardano «a tutti i moderati», compresa quella parte considerevole di elettori dell’Udc che nel Pdl potrebbero riconoscersi. D’altra parte, ragiona Bonaiuti, «da oggi cambia l’approccio» perché «un partito con aspirazioni così grandi non può non conciliare idee diverse». Quello che lo stesso Fini nel suo intervento di sabato ha definito «posizioni di minoranza». Su cui il premier preferisce non entrare, concedendo però al leader di An più di un tributo. «Gianfranco - dice - mi ha fatto un complimento che mi ha fatto piacere, mi ha riconosciuto una lucida follia. Lo ringrazio per questo attestato perché ha colto nel segno. Un po’ matto lo sono stato davvero». Un apprezzamento sincero fino in fondo perché, ricorda Tomassini - senatore e azzurro della prima ora - già nel ’94 «Silvio aveva il pallino per Erasmo da Rotterdam, tanto da regalarci il suo Elogio della follia per Natale». Berlusconi, dunque, non ha alcuna intenzione di aprire contese con il presidente della Camera, perché è giusto che tutte le posizioni siano rappresentate e perché starà poi a lui fare la sintesi. Solo così potrà crescere un partito che «può guidare l’Italia nel nuovo secolo» e che «di certo sopravviverà ai suoi fondatori». Lo strumento, spiega il premier, per realizzare «la terza ricostruzione italiana» dopo l’unità d’Italia e il boom economico degli anni Sessanta. Una ricostruzione che punta su due binari paralleli, gli stessi che caratterizzano l’intervento con cui Berlusconi chiude il congresso: «Uscire dalla crisi più forti di prima e superare l’incertezza politica modernizzando la struttura istituzionale dello Stato». I due punti di arrivo per completare il percorso iniziato alla Nuova Fiera di Roma. Dove, chiosa nel retropalco Berlusconi, «abbiamo fatto un pezzo di storia del Paese». E che il Cavaliere di strada ne abbia fatta è non solo agli atti delle cronache politiche ma pure nei ricordi dei ministri più giovani se uno come Fitto non dimentica quando nel 1999, appena eletto a Strasburgo, gli eurodeputati azzurri aderirono del Ppe «a titolo personale». «Ci guardavano come fossimo extraterrestri», racconta prima di lasciare la Fiera. Di acqua sotto i ponti ne è passata se al congresso del Pdl sono intervenuti tutti i notabili del Ppe, dal presidente Martens in giù. E se l’azzurro Mauro è in pole position per la presidenza del Parlamento europeo. Argomento, questo, di cui s’è discusso anche ieri durante il pranzo a Palazzo Grazioli tra Berlusconi e il capogruppo popolare Daul (presenti Mauro e Tajani). Insomma, se venti anni fa in Europa gli azzurri erano «extraterrestri», oggi Berlusconi punta - con buone probabilità di successo - ad ottenere con il Pdl il gruppo numericamente più corposo all’interno del Ppe. «Oggi - dice il Cavaliere - si conclude una transizione iniziata nel 1994. E per il futuro non dobbiamo avere paura di pensare in grande». È in quest’ottica complessiva, dunque, che l’appello del premier è rivolto a «tutti i moderati italiani». Concedendo qualcosa solo negli affondi alla sinistra. Che è «in crisi culturale» e su cui nutre ancora dei «dubbi». «È arretrata e faziosa, fa opposizione al Paese», dice Berlusconi. Per questo «la nostra maggioranza e il Pdl non possono sottrarsi dal fare la loro parte nell’offrire al popolo un governo che governi e un Parlamento che controlli». Un messaggio chiaro: la Costituzione «va rivitalizzata e arricchita» rafforzando i poteri del premier, riducendo i parlamentari e insistendo sulla via della devoluzione e del Senato federale. Se «ci sarà un atteggiamento di confronto sarò il primo a rallegrarmene», altrimenti «non ci tireremo indietro». Poi la sfida a Franceschini: «La mia candidatura alle Europee è di bandiera, una bandiera dietro la quale un vero leader chiama a raccolta il suo popolo. Sarebbe bello che anche il leader dell’opposizione, se è lui stesso un leader, facesse altrettanto.