Ora tocca alla destra fare la sinistra

C’era un ritornello al quale la sinistra ricorreva una volta così tanto volentieri. Lento sospiro di rammarico... al D’Alema di turno toccava sempre l’identica chiusa maligna. E all’incirca il dire: ma guardate che strana nazione, questa destra è talmente inetta che alla sinistra in Italia tocca di dover fare pure la destra. Ovvero incarnare il rigore dei conti in bilancio, previsto da Maastricht, o le pretese riforme cosiddette liberiste. È poi pur vero, a questa immagine sfottente si è ricorso sempre meno mentre il naufragio di Prodi suicidava la sinistra. E intanto però il mondo ha girato così tanto che ormai, dopo le elezioni, va riconosciuto: sta avverandosi la frase inversa. Tremonti rovescia il fronte, quando dice che sono i petrolieri e le banche a dover fare loro qualche sacrificio. Si rivolge agli operai e a un ceto medio impoverito dall’euro, dai cinesi, dalle tasse del governo di sinistra. E lo fa esemplarmente, appunto alla sua prima uscita da ministro, con un’immagine che più di sinistra non si potrebbe. E non è il solo: il binomio Sacconi-Brunetta ingloba nel suo progetto l’una volta diessino Rossi e Nicolais; e il pranzo di Realacci col ministro dell’Ambiente è tra i democratici, già invidiato.
Insomma, l’impressione di questa prima settimana, confortata dalla telefonata del primo ministro a Veltroni è che la parabola si sia rovesciata. Ormai la debolezza della sinistra, e tutte le emergenze sociali che essa ha lasciato irrisolte, sono tali che la destra si trova costretta a fare pure la sinistra. La qualcosa certamente per adesso non è ancora diventata uno slogan. E tuttavia il fatto che non ci sia stato bisogno di spenderla, e quindi sciuparla nella polemica delle parti, la rende ancora più vera. Questo governo di centrodestra non può infatti esimersi da assumere obbiettivi sociali, e persino toni fino a ieri solo di sinistra. Si parli di uso dei patrimoni pubblici, di riforma dello Stato, o della questione operaia, non c’è argomento ormai da affrontarsi con atti di fede nel privato o nelle ideologie di mercato e basta. L’odierna crisi della finanza internazionale rende molto più complicate politiche di ingegneria finanziaria, e impone di irretire gli enti locali, così da coinvolgere i loro patrimoni nella riduzione del debito. Per la questione operaia è lo stesso. Ma quanto s’è ridotta male una sinistra comunista che sta per scegliere Vendola, come soluzione ai suoi mali? Il campo lasciato vuoto dai «ma anche» veltroniani, dal disastro politico di Prodi, risulta ancor più sterminato. L’impotenza di neocomunisti o postprodiani costringe la destra per risollevare le condizioni di vita, appunto a preferire gli operai a banche e petrolieri.
È la sorpresa che questa prima settimana di governo già vastamente conferma, come una grande opportunità. Ma alla condizione che questo centrodestra, in dovere di far anche la sinistra, non sia contagiato dai vizi di quest’ultima, da politiche di spesa. Perciò è fondamentale che al governo Berlusconi riesca di mantenere l’obbiettivo di calare sensibilmente le tasse. Non è con più spesa, quindi più tasse, che si può fare la riforma fondamentale dello Stato. Occorre invece che lo Stato diminuisca, e molte delle sue funzioni vengano trasferite a dei corpi intermedi, che le lascino pubbliche negli intenti. Mutue, fondazioni, intenti solidali articolati sul territorio: una riforma dello Stato che badi davvero a sussidiarietà, e federalismo più spinto, ci farà molto bene. Darà all’Italia dosi di entusiasmo e pragmatismo, tali da poter migliorare persino la sinistra futura.
Geminello Alvi