Ora tocca a Veltroni raccogliere la sfida

Nel chiedere la fiducia per il governo le parole di Berlusconi sono state autenticamente innovative, nel senso che hanno chiuso una stagione e ne hanno aperta una nuova, fino a ieri inimmaginabile. Non tanto per le linee programmatiche che dovranno attendere la prova dei fatti, quanto per il contenuto rigoroso e per il tono netto con cui sono state prospettate quelle che d'ora in avanti dovranno essere le regole della democrazia, nella maggioranza di governo e nei rapporti con l'opposizione.
Per quindici anni il Paese è vissuto in un clima di scontri ideologizzanti nel quale gli avversari politici tendevano a demonizzarsi come irriducibili nemici. Non che non vi siano stati tentativi di normalizzare in senso europeo la zoppicante vita democratica, ma la foga con cui Berlusconi e il «berlusconismo» sono stati innalzati a simbolo della malvagità ha finito per distorcere l'intera dialettica politica.
Ora i concetti declamati dal presidente del Consiglio trasmettono un messaggio chiaro che si presenta come una rottura nella vicenda nazionale. Non devono più esserci scontri ideologici e risse antropologiche tra gli avversari; occorrono nuove regole valide per tutti; il rispetto del dissenso e delle minoranze riguarda ogni orizzonte; e al comando non c'è un uomo solo che si erge a demiurgo, ma una squadra consapevole degli interessi vitali della nazione.
È evidente che vi sono stati importanti motivi che hanno sospinto Berlusconi a compiere un passo unilaterale così denso di conseguenze. Innanzitutto il governo che ha tratto gran forza dal consenso popolare, tradottosi in una sicura maggioranza parlamentare, non deve più temere per la stabilità della maggioranza per cui è affrancato dalle divisioni interne e dalle offensive esterne che in passato hanno messo in pericolo il funzionamento stesso della democrazia.
Inoltre pare che Berlusconi sia consapevole che la ricostruzione dell'Italia per un'intera legislatura non potrà compiersi fino in fondo senza quel clima di reciproco rispetto, pur nella distinzione dei ruoli, tra maggioranza e opposizione che sono entrambe chiamate a collaborare alle grandi riforme delle istituzioni e dell'amministrazione pubblica, presupposto indispensabile per la ripresa economica e l'equità sociale.
Se, dunque, questo è il senso della mano tesa del leader di governo, spetta ora all'opposizione raccogliere con responsabilità l'apertura per dare inizio a una nuova era. Si intravede già qualche segno di positivo riscontro come il governo ombra, anche se non mancano inquietanti avvisaglie del partito giacobin-giustizialista come nel caso Schifani. Spetta al Partito democratico scegliere se dare corda ai disfattisti che vogliono mettersi di traverso alla normale vita democratica, oppure assolvere al proprio ruolo contribuendo dall'opposizione alla rinascita del Paese.
m.teodori@mclink.it