«Ma è ora di tornare coi piedi per terra»

«Sembra un corsa ciclistica. Tutti vogliono arrivare più in alto, ma non è detto che il futuro sia nei grattacieli. L’architettura non ha mai avuto un solo obiettivo e anche ora non cambierà nulla». Vittorio Gregotti è stato ordinario di Composizione architettonica all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, ha insegnato nelle facoltà di Architettura a Milano e Palermo ed è stato visiting professor alle università di Tokyo, Buenos Aires, San Paolo, Harvard, Filadelfia, Princeton, Cambridge e al Mit di Boston. Oggi sta ridisegnando il volto di una parte di Shanghai.
Perché continua la corsa verso il cielo?
«Perché c’è sempre qualcuno che vuole essere primo, il migliore. Che deve mostrare, soprattutto agli americani, la capacità di superarli. Così li sfidano sui palazzi. E allora la cosa più semplice è un grattacielo, il più alto del mondo. Per me non ha senso».
Ma dopo l’11 settembre c’è stato chi ha ipotizzato la fine dei grattacieli. È cambiato qualcosa nel mondo dell’architettura dopo quella data?
«Direi proprio di no. Sono stati colpiti due grattacieli e sono crollati, anche perché erano pessimi. Questo ha avuto un impatto enorme sulla gente, ma non sull’architettura. D’altronde, abbiamo visto la reazione degli americani: ci avete abbattuto le Torri Gemelle e noi ricostruiamo una torre ancora più alta. E la sfida continua».
Perché ora sono altri i Paesi che puntano al primato?
«Dubai, per esempio, è un Paese ricco e abbastanza evoluto. Ma avrebbe dovuto pensare a qualcosa di diverso. Costruire il grattacielo sperando che sia il più alto del mondo attiene al campo della psicologia politica. Però, i Paesi emergenti non puntano più sui grattacieli. Ho da poco parlato con il governatore della provincia di Shanghai che mi ha detto: “Basta grattacieli, ne abbiamo costruiti 4.508”».
L’architetto Reem Koolhaas, che sta ridisegnando alcuni dei palazzi più importanti di Pechino, dice che i grattacieli sono morti. Lei che ne pensa?
«Penso che Reem ami il paradosso. Secondo me non si può dire che i grattacieli siano morti. L’architettura non nasce e non muore. Si evolve. Se diciamo che non si costruirà più verso l’alto, allora i palazzi saranno tutti bassi e lunghi? Sciocchezze: ogni architetto lavorerà come fa oggi, seguendo la sua idea e cercando di realizzare quello che uscirà dalla sinergia con politici e amministrazioni».
Ma anche lei ha detto una volta che il futuro non è nei grattacieli...
«Ho detto che il futuro non è soltanto nei grattacieli. Mi oppongo alle generalizzazioni».
Quale sarà allora il domani?
«Il futuro dell’architettura è legato al futuro della società. L’importante è che si concilii con l’ambiente circostante. A Barcellona, per esempio, hanno fatto un ottimo lavoro. La città è cambiata grazie ai politici e a un architetto: i progetti non l’hanno snaturata».