Ora tutti a casa. Dalle urne uscirà un Cav più forte

Caro Granzotto, dire che siamo turbati per come stanno andando le cose è poco. Io sarei fra quelli del «resistere, resistere, resistere» agli attacchi, alle diserzioni di campo, alla disonestà di una classe politica meschina e invidiosa, ma il troppo è troppo. Consiglierebbe anche lei a Berlusconi di accogliere l’incitamento di Francesco Cossiga a mandarli tutti a casa. Cioè di dimettersi e andare alle elezioni anticipate?

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Sì. Tutti a casa, e subito, perché se il Cavaliere aspetta ancora finisce per impantanarsi nel marciume fecondato dalle mire meschine dei repubblicones, della sinistra «sinceramente democratica», dei manettari dipietristi e delle quinte colonne che si agitano all’interno della maggioranza. Da quei nani che si credono giganti, dai Fini e i Franceschini e i Casini e i Bersanini, D’Alemini, Veltronini, Bassolini, Marini, Jervolini, Fassini, Prodini, Enricolettini, Scalfarottini, Dipietrinuccoli e, ancora, Binde, Finocchiare, Lanzillotte, Melandre, Turche, Concite, Serene, Bresse, pulci che tossiscono, avide solo di potere, di poltrone, di auto blu. Pigmei che hanno un unico ideale, seguitare a vivere «in auro atque in purpura», nell’oro e nella porpora, tanto per citare, e ci vuole, eccome se ci vuole, Catone. Via, tutti a casa, sfrattati dai principeschi alloggi di presidente della Camera, dai comodi e retribuiti scranni del Parlamento, dalle buvette e dai Transatlantici, saloni non a caso «dei passi perduti». Stanati dai loro centri studi, fondazioni, club carbonari, consorterie che rivolgendo immancabilmente lo sguardo al futuro, al Sol dell’avvenir, minano il presente erodendolo, squalificandolo. Tutti a casa. È impossibile governare il Paese con sciami di maramaldi che ti ronzano intorno come mosconi e per i quali le elezioni anticipate rappresentano la migliore, la più efficace delle carte moschicide. Affrontare il giudizio popolare li obbligherà, quei nani, quelle pulci, quei mosconi, a un bagno di umiltà: si rivolgeranno agli elettori col capello in mano per mendicare il voto, promettendo naturalmente mari e monti, ma sempre in ginocchio, pietendo. Obbligherà la sinistra tutta a «mettersi in gioco», come va tanto di moda dire e vedremo che gioco potrà giocare quella sgangherata, presuntuosa ammucchiata. Non concede più sconti, l’elettorato, e lo ha dimostrato nell’aprile di due anni fa spazzando via dalla scena parlamentare e politica la sinistra radicale e parolaia oltre che verdi, verdastri, Pecorariscani e Luxurie. In un colpo solo.
Poi si vedrà. Se confermasse, come tutto lascia pensare, il proprio forzuto consenso, il Cavaliere potrebbe anche mettersi in disparte, celebrando così il suo spettacolare happy end. Potrebbe dire prego, accomodatevi, fate vedere di cosa siete capaci: compattate la maggioranza, mettete su un governo e governate. Sotto a chi tocca. Vuol farlo l’ambizioso Gianfranco Fini? Benissimo, hic Rhodus, hic salta: mostra quanto vali. Si ripiomberebbe così nella peggiore prima Repubblica, quella dei governi «a termine», «balneari», «di tecnici», cioè all’ingovernabilità cronica. Privata dell’antiberlusconismo la sinistra non saprebbe più che pesci prendere, dando così un possente contributo al marasma istituzionale, come sempre quando a una maggioranza instabile si aggiunge un’opposizione inane. E potrebbe finire con i cittadini che prendono il forcone. L’altra soluzione è che Berlusconi si accolli la legislatura e che dopo il giuramento, messo piede nel suo ufficio di palazzo Chigi e prima ancora di salutare le segretarie metta mano alla riforma della Giustizia: il colpo di maglio al tempo stesso simbolico e tangibile che sta a Berlusconi come la riforma dell’assistenza sanitaria sta a Obama. Fatta quella, annichilita l’opposizione e ammutolita l’immancabile fronda interna, il resto viene da sé.
Paolo Granzotto