Ora valloni e fiamminghi litigano pure sul corridoio

Sono secoli che non si sopportano, che faticano a parlarsi e che anche quando sono costretti a parlarsi fanno di tutto per evitare di capirsi. Nemmeno sulle donne vanno più d’accordo, tantomeno su quelle. Hanno prese a male parole pure Alizee Poulicek, che in Belgio è la più bella tra le belle, solo perché parla francese, inglese e ceco. Ma non fiammingo. Le male parole non le ha capite proprio per questo. Ed è per questo che i fiamminghi, belgi come lei, ce l’hanno ancora con lei.
Fiamminghi e valloni sono fatti così, fratelli siamesi con un corpo e due teste che non smettono di darsi contro, prigionieri l’uno dell’altro. I primi sono moderni, dinamici, liberisti e liberali, hanno un’economia aggressiva che va forte e tenore di vita che più alto non si può. I secondi invece sono il loro esatto contrario: economia quasi immobile, statalizzata al massimo, con un enorme esercito di dipendenti pubblici. Respirano solo grazie alle tasse, pagate soprattutto dai fiamminghi. Ricordano insomma un altro Paese di cui adesso ci sfugge il nome. Pure le barzellette li raccontano che più diversi non si può. In Belgio, ridono, esiste una fabbrica con due ingressi: uno dal lato vallone con su scritto «ici on parle français» cioè «qui si parla francese», l’altro sul lato fiammingo dove sta scritto invece «ici on parle pas, on travaille», «qui non si parla, si lavora e basta».
Fino a ieri non potevano vedersi, ma adesso sono andati oltre: adesso non vogliono nemmeno vedersi. Il maggior giornale francofono, Le Soir, ci racconta infatti l’ultima novità, arrivata fresca fresca sul tavolo dei parlamentari che devono affrontare, insieme alle riforme costituzionali, anche la crisi dei comuni in maggioranza francofoni ma che sono in territorio fiammingo, alle porte di Bruxelles. E che si sono messi in testa un’idea meravigliosa: creare un corridoio largo due chilometri e mezzo e lungo una decina, che attraverso la foresta di Soignes, dia la possibilità ai valloni di andare a Bruxelles senza passare per territori degli odiati e odiosi fiamminghi. Meno si vedono insomma, meglio è. Qualcuno lo ha definito un «corridoio umanitario», una specie, ricorda qualche altro con squisito senso dell’umorismo tutto belga, di «un nuovo corridoio di Danzica».
Tanto per capirci: il Belgio ha tre regioni autonome, le Fiandre a nord, la Vallonia a sud e Bruxelles, che è un enclave bilingue in territorio fiammingo, distante solo una decina di chilometri dalla Vallonia. Il problema è che i francofoni, che sono quattro milioni e mezzo sui dieci e mezzo dell’intero Belgio, premono nella zona di Bruxelles, ma nella quale l’ottanta per cento della popolazione parla francese. I francofoni, cui vanno aggiunti gli immigrati, che scelgono di imparate il francese e non il fiammingo, cioè praticamente l’olandese, si sono allargati anche alla periferia, da anni si sono spostati in città fiamminghe, qualche volta sono diventati maggioranza, qualche altra rilevante minoranza. Insomma un gran casino.
Succede così che il governo di Yves Leterme, che tanto per far capire il tipo è uno che dice che il Paese da lui governato è solo «un incidente della storia», proprio mentre sta cercando di riformare lo Stato in modo ancora più federale, si trova a dover dirimere le liti di condominio tra fiamminghi e francofoni nella circoscrizione elettorale bilingue di Bruxelles-Hal-Vilvorde, un collegio, si diceva, in territorio fiammingo, ma abitato da più di centomila belgi di lingua francese, che rivendicano, come se non ci fossero abbastanza rogne, il diritto di continuare a votare per i partiti francofoni. Certo è un posto dove ne succedono di tutti i colori: c’è il sindaco che chiede ai cittadini di fare la spia e segnalare, meglio se anonimi, tutti i quei commercianti che espongono la merce con cartellini in un’altra lingua oltre al fiammingo. O proprietari terrieri che vendono terreni solo a chi iscrive ai corsi di lingua fiamminga, senza contare che in certi comuni i risultati delle elezioni non sono state ufficializzati dal ministro degli Interni fiammingo perché le convocazioni ai seggi sono state mandate in francese. Vivere sotto lo stesso tetto è un inferno «ma del corridoio probabilmente non se ne farà nulla», cerca di consolarci Le Soir. In fondo non è il corridoio il problema. È proprio la casa che fa schifo...