Ora la verità sui khmer rossi scandalo censurato da 30 anni

di Livio Caputo

Sono passati 35 anni dai fatti che sono loro imputati, 16 dall'inizio del procedimento giudiziario contro di loro, 6 dalla istituzione del tribunale congiunto ONU-cambogiano e quattro dal loro arresto, ma ieri tre dei maggiori responsabili di uno dei più orribili crimini commessi in nome del comunismo sono finalmente comparsi alla sbarra: si tratta di Nuon Chea, braccio destro del famigerato Pol Pot deceduto nel 1998, dell'ex presidente della Repubblica Khieu Samphan e dell'ex ministro degli Esteri Ieng Sary, tutti ormai ultraottuagenari ma ancora abbastanza lucidi e impudenti per proclamarsi innocenti di ogni colpa. Ma la requisitoria del Procuratore generale, Chea Long, che sarà suffragata da oltre quattromila cittadini costituitisi parte civile, è stata devastante: «L'intera Cambogia - ha detto la signora - è stata trasformata in un campo di schiavi, l'intera nazione era diventata una prigione. Accecati dalla loro ideologia, i khmer rossi, di cui gli imputati rappresentavano i massimi vertici, hanno massacrato un quarto della popolazione e instaurato un sistema la cui brutalità sfida ogni immaginazione».
Il processo iniziato ieri è solo il primo di cinque, che difficilmente si concluderanno prima del decesso degli imputati: i capi di imputazione riguardano la deportazione forzata della popolazione di Phnom Penh, la riduzione in schiavitù e la chiusura di tutta la vecchia classe dirigente in cosiddette "cooperative agricole" (dove il 90% dei prigionieri sono morti), la esecuzione arbitraria di decine di migliaia di persone, la sistematica persecuzione delle minoranze Chan e Viet e la liquidazione della religione buddhista. Troppi anni sono passati perché i processi aggiungano molto a quanto già sapevamo dei delitti commessi dai Khmer rossi quando, dopo il ritiro degli americani nella primavera del '75, assunsero il controllo della Cambogia. Il loro leader Pol Pot, formatosi negli ambienti gauchiste di Parigi e seguace di un comunismo alla cinese, sosteneva che la civiltà capitalista aveva corrotto l'umanità e che, per purgarla da questo morbo, bisognava sopprimere tutti gli individui «contaminati». Per questo il suo movimento, composto da giovani analfabeti reclutati nelle campagne cui era stato instillato l'odio per «l'uomo urbano», procedette al metodico sterminio di circa due milioni e mezzo di persone, spesso accusate solo di portare gli occhiali, come documentato anche dal famoso film «Urla nel silenzio».
In giro per il mondo, e anche nel nostro Paese, molti compagni ed ex compagni cercheranno di sorvolare sull'avvenimento. A metà degli anni Settanta, infatti, Pol Pot e i suoi erano portati in palma di mano da gran parte della sinistra europea. L'11 aprile del 1975, cioè prima dell'apertura di Tuol Sleng, ma quando già si conoscevano le teorie dei khmer rossi, il comitato centrale del Pci (comprendente tra gli altri D'Alema, Napolitano e Bassolino) votò una risoluzione per esaltare «l'eroica resistenza dei popoli cambogiano e vietnamita» e invitare tutti i comunisti a «sviluppare un grande movimento di solidarietà e di appoggio ai combattenti». Molti intellettuali, compresi scrittori illustri come Tiziano Terzani, consideravano Pol Pot e gli imputati di oggi avanguardie della rivoluzione ed eroi della guerra contro gli «imperialisti americani» delle popolazioni indocinesi. Pensarla diversamente, anche quando il genocidio era già iniziato da tempo, era considerato un atteggiamento fascista.
Ci vollero diversi anni, e innumerevoli quanto inconfutabili testimonianze, prima che anche i comunisti occidentali si decidessero ad ammettere che Pol Pot era solo un grande criminale. Più che a fare giustizia, il processo avviato ieri a Phnom Penh può servire a ricordare ai giovani che hanno solo una vaghissima memoria di quegli avvenimenti e ancora amano sventolare bandiere rosse con falce e martello quanti crimini furono commessi sotto l'etichetta comunista, non solo nella versione europea, ma anche in quella asiatica, e come possa essere pericoloso seguire acriticamente le sirene della cosiddetta intellighentia di sinistra.