Gli orchestrali: Harding moderno ma Muti è una grande perdita

I musicisti alla vigilia dell’inaugurazione al Piermarini: il direttore ha dovuto fare i conti con gli impegni già presi

Piera Anna Franini

da Milano

L’ultimo approdo milanese di Idomeneo, l’opera di Wolfgang Amadeus Mozart che oggi inaugura la stagione del Teatro alla Scala, risale al 7 dicembre 1990, con Riccardo Muti sul podio. L’Idomeneo versione 2005 si prospetta musicalmente e visivamente diversa. Per certi aspetti, diametralmente opposta dimostrando che la verità, in musica, non esiste. Diverso il cast dei cantanti, diverso il direttore, il ventinovenne Daniel Harding, diverso il regista, Daniel Bondy. Un Idomeneo, quindi, da seguire senza avventurarsi in raffronti. I primi a non farli sono gli orchestrali, forse l’unico denominatore comune delle due produzioni. Il caso di Danilo Rossi, prima viola, alla Scala da vent’anni: «Harding – dice - offre una lettura moderna, un modo rock di affrontare Mozart. Questo non vuol dire che io non ami, anzi, i Mozart espressivi, romantici, tenuti... Lui ha proposto questo particolare taglio, e io credo che fare qualcosa di diverso sia piacevole, stimoli la curiosità. Ci sono tanti modi di dire le stesse cose, lo stesso concetto può essere espresso in diverse lingue: perché non volerle conoscere?».
Harding, direttore elettrico e reattivo, piace agli orchestrali della Scala che ammettono, «ha preteso molto, ma ha saputo imporsi perché s’è presentato con idee ben chiare, questo ha appianato e guidato i rapporti con noi orchestrali», ancora Rossi. «S’è creato subito feeling con Harding», continua Fabrizio Meloni, primo clarinetto. «S’è riso e scherzato, però lavorato intensamente. C’era molta voglia di fare da parte sua anche se ha dovuto tener conto di un fitto calendario di appuntamenti che fra una prova e l’altra lo portavano in giro per il mondo». Meloni, alla Scala dal 1984, parla della «grande perdita di un direttore come Muti che ha saputo portare il teatro a livelli altissimi. Ma ora s’è voltata pagina», taglia corto. Tanta energia talvolta deborda, ammette Meloni che - a proposito di Harding - attenua con un: «S’è lavorato bene e in armonia, poi certo... anche lui ha avuto qualche momento di irritazione». «Di primo acchito risulta un po’ freddino» specifica Francesco Lenti, percussionista, che non siederà in orchestra per questo Idomeneo ma ha seguito alcune repliche e si unirà ai colleghi per l’Inno di Mameli previsto per l’apertura. «È un direttore con tutti i crismi, sarà poi l’esperienza di palcoscenico a risolvere quei problemi legati alla logistica del teatro» che evidentemente si sono posti».
Quali sono i tratti della lettura moderna di Harding? Lo spiega Simone Groppo, violoncellista (qui nel ruolo di basso continuo), presente «anche alle prove di scena e della compagnia, incontri che sono serviti per entrare nell’ottica di questa estetica moderna che esige una articolazione assolutamente nitida. Harding cura al millesimo l’attacco del suono per esaltare la natura dello strumento, privilegia i suoni fissi a quelli vibrati». L’esito, continua Groppo, è quello di «immediatezza e freschezza, a scapito dell’intensità, di un certo amalgama e peso musicale». Meloni spiega che la stessa «disposizione dell’orchestra è inusuale per noi. Eravamo abituati ad avere i violini primi e secondi alla sinistra del direttore, invece, davanti, al posto delle viole, ci saranno i secondi violini. Questa disposizione fa sì che il suono sia pulito, chiaro, fa poi nascere particolari sinergie fra violini primi e secondi. Harding ha richiesto l’utilizzo delle trombe barocche, senza pistoni». Un Mozart fresco, leggero, «ma quando c’è da suonare suoniamo», è la postilla di Meloni.
Momenti chiave dell’Idomeneo? «I punti fantastici sono tanti» spiega Rossi. «Vi sono momenti poetici strepitosi, anzitutto quando ci sono Adagi e arie lente. Qui mi sembra di vedere riflesso il difficile rapporto con il padre vissuto da Mozart».