Gli ordini professionali tutelano tutto tranne la libertà

Esimio Paolo, vuoi spiegare per cortesia, nei termini e modi a cui sei avvezzo e cui ci hai abituati negli anni, al mio amico Alessio, futuro commercialista e berluscones (non si declina al singolare, vero?), il motivo per cui molti di noi (“capeggiati” dall’istrionico Oscar Giannino) siamo per l’abolizione degli ordini professionali? Mi permetto di darti il la con le osservazioni del caro Alessio «servono per tutelare i cittadini dagli abusivi», «Sono fondamentali per la pensione dei professionisti». A te la palla!
Firenze

Le combriccole delle quali parliamo sono preposte alla tutela degli iscritti, caro Cappelli, non certo a quella del cittadino. E qualche volta non tutelano nemmeno l’iscritto. Prendiamo il caso (che fu anche uno dei cavalli di battaglia di Oscar Giannino) del dottor Ernesto Riva, titolare di una farmacia a Caston, in quel di Belluno. Costui aveva preso l’abitudine di non chiudere per ferie e la cosa non andò giù all’Ordine dei farmacisti, tant’è che al terzo anno di saracinesca alzata nei giorni del solleone lo mise sotto processo infliggendogli poi una sanzione disciplinare. La motivazione? «Il Consiglio dell’Ordine dei farmacisti di Belluno, dopo attenta analisi, ha ritenuto che nei fatti esposti si riscontra da parte di Ernesto Riva un comportamento disdicevole al decoro professionale». Lei ci capisce qualcosa, caro Cappelli? Invece di far santo l’iscritto che garantiva il servizio nel periodo che ti obbliga a cercarla col lanternino, una farmacia aperta, l’Ordine lo sanziona, lo accusa di comportamento disdicevole. Sono episodi del genere che confermano l’opinione corrente che gli ordini professionali non apportano benefici diretti o indiretti che non siano quelli di natura economica riguardanti gli organi direttivi e il personale degli ordini medesimi. Eppure - o forse proprio per questo - ce n’è una fioritura, ventotto per la precisione: da quello dei Vigilanti dell’infanzia a quello degli Avvocati, da quello dei Tecnologi alimentari a quello, sorprendente, dei Giornalisti. Dico sorprendente perché l’Ordine al quale coercitivamente appartengo cozza, con fragore assordante, con l’articolo 21 del totem cartaceo nazionale: la Costituzione. Stando alla quale tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
Sarà perché inventato dal fascismo nel 1928 - il sangue non è acqua - ma all’Ordine dei giornalisti tutta questa libertà di dire e di scrivere piace poco, piace niente. Per cui non solo sforna “carte” e codici deontologici (questo lo puoi scrivere, questo no, questo è permesso, questo è proibito...) uno via l’altro, ma può infliggere all’iscritto indisciplinato niente popò di meno che la radiazione dall’Albo. Può, in sostanza, dire al malcapitato: non sei più un giornalista, non hai più il diritto di fare il giornalista: per te l’articolo 21 non conta, non vale. Imbarazzante, vero, caro Cappelli? Appartengo a un Ordine che non solo mi vorrebbe imporre, povero cocco, di scrivere quel che vuole lui, ma arriva a porsi addirittura al di sopra della Costituzione. Tutto questo senza però cessare un attimo di menarla con la storia della stampa democratica, libera e indipendente e del giornalismo altrettanto democratico, libero e indipendente. Mi sa che a Natale manderò in regalo al presidente dell’Ordine un vocabolario della lingua italiana, così che possa farsi un’idea più precisa almeno del significato di «libero». Aggettivo che nel nostro ambientino ha la tendenza a essere confuso con «rispettoso del politicamente corretto». Ecco qua, ci risiamo, al solito ho divagato. Qual era la domanda, caro Cappelli? Se sono o meno favorevole all’abolizione gli ordini professionali? Presto detto: favorevolissimo.