Ore 10, la Corea del Nord prova la sua seconda Bomba

Alle 10 del mattino di ieri i sismografi della Corea del Sud hanno registrato una scossa di magnitudo 4.2. Non era un terremoto. Era il «Caro Leader» del Nord Kim Jong-il che aveva dato ordine di eseguire un test nucleare sotterraneo, il secondo dopo quello dell’ottobre 2006. Una «botta» stimata in una ventina di chilotoni (quella che sconvolse Hiroshima nel 1945 era di 15), con in più il lancio di tre missili a lungo raggio per rafforzare la provocazione.
Il capo del regime comunista nordcoreano aveva cominciato la giornata con un rispettoso messaggio di cordoglio alla famiglia di Roh Moo-hyun, l’ex presidente del Sud che sabato mattina si era tolto la vita. Roh aveva seguito una politica di dialogo con Pyongyang e Kim ha voluto manifestargli rispetto. Dopodiché, il Caro Leader (come viene ossequiosamente appellato nel suo Paese) si è dedicato alla sua politica, che più che sul dialogo è ormai da tempo fondata sul ricatto: atomico. Eseguito il test nella regione settentrionale della Corea del Nord, a est della città di Kilju, verso mezzogiorno ora locale è stato lanciato un primo missile a corto raggio. E cinque ore più tardi, mentre da tutto il mondo si levavano le proteste, da altri due. Tutto questo è stato definito dal regime «un successo».
Successo che evidentemente a Pyongyang misurano anche in base alla negatività delle reazioni che le loro provocazioni nucleari suscitano nel mondo. Su questa base, quella del ricatto basato sulle minacce e sulla paura, si può parlare per Kim addirittura di un trionfo, anche se non è detto che non gli si ritorca contro. Infatti perfino il tradizionale alleato della Corea del Nord, la Cina, ha espresso contrarietà all’accaduto, così come la Russia che non si è mai distinta per durezza verso le provocazioni di Kim.
L’esperimento atomico di ieri dà nuovi argomenti alla strategia americana, che punta a nuove sanzioni internazionali contro il regime nordcoreano e respinge la sua pretesa di ottenere con il ricatto negoziati bilaterali tra Pyongyang e Washington. Al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, convocato d’urgenza per oggi su richiesta del Giappone, è ora più probabile l’approvazione di misure contro la Corea del Nord.
Questo non significa che la politica di Kim Jong-il cambierà. Il dittatore gioca ormai pesante e l’esperimento di ieri è solo l’ultima tappa di una strategia che solo negli ultimi mesi ha visto il lancio di un missile-satellite e l’arresto di due giornaliste americane. Kim è convinto che quanto più alta riuscirà a mantenere la tensione in Estremo Oriente tante più concessioni potrà strappare nelle trattative con i Paesi che mette sotto ricatto, primi fra tutti gli Stati Uniti. Non a caso ieri Barack Obama è stato rapidissimo a reagire con una dura condanna: la Corea del Nord - ha detto il presidente americano - «sta sfidando direttamente e in modo sconsiderato la comunità internazionale», che Obama ha esortato a una reazione unita «contro una minaccia palese alla sicurezza e alla pace».
Anche l’Italia ha «condannato con fermezza» (parole del ministro degli Esteri Franco Frattini) i test atomici nordcoreani, rilanciando la prospettiva del dialogo a sei e di quello tra le due Coree. E l’onorevole del Pdl Boniver ha sottolineato l’importanza della condanna espressa da Pechino.