Ore 20, l’ultimo respiro nella stanza vuota: Eluana muore da sola

Al momento del trapasso neppure un medico
accanto a lei: è stato l’ultimo affronto. Chi l'ha vista racconta di un corpo in posizione fetale e con gli occhi infossati

nostro inviato a Udine

È illuminata a giorno, mentre scriviamo queste righe, la camera di Eluana al primo piano della «Quiete». Luci accecanti, quasi. Dopo ore infinite di fioche lampade che facevano intravedere solo ombre. Quelle ombre, in camice d’ordinanza, che avevano giurato, davanti ad un notaio e voltando le spalle a Ippocrate, di accompagnarla alla morte. Così è accaduto alle 20,10. La macchina che monitorava le sue funzioni vitali si è messa a strillare all’impazzata e nella stanza dalle luci fioche qualcuno dei volontari, che avrebbe dovuto, per protocollo, vegliarla 24 ore su 24 si è deciso ad entrare. Blocco renale e conseguente arresto cardiaco scriverà o avrà già scritto qualcuno su «qualche straccio di cartella clinica» come l’ha definita, urlando la sua rabbia e la sua amarezza, fuori dalla «Quiete», ieri sera, il professor Gianluigi Gigli, paladino della sacralità della vita di questa giovane donna di 38 anni. Ma davvero è importante stabilire le cause esatte di un decesso che era già stato stabilito per sentenza? Da venerdì mattina alle 6, da quando una mano coraggiosa o incosciente aveva deciso di chiudere con un piccolo tappo giallo il sondino nasogastrico che le aveva permesso di nutrirsi e di idratarsi, Eluana era entrata nella «fase due» della sua traiettoria di vita imposta da un implacabile navigatore giudiziario. Senza gli elettroliti che rappresentano la linfa vitale di ogni essere, si sarebbe spenta. Prima o dopo, ma si sarebbe certamente spenta. Solo che morire così, sorvegliata a vista da tutti e da nessuno, perché nessuno c’era in quella camera quando lei se ne è andata, è l’ultimo affronto che Eluana ha dovuto subire. Non c’era il gran capo della squadra, l’anestesista-rianimatore Amato De Monte, che dopo l’incontro di novembre con papà Beppino aveva accettato di condurla passo dopo passo fino alla «dolce» morte. È stato prelevato in fretta e furia da una staffetta dei carabinieri Amato De Monte e portato così come si trovava infagottato nelle sue contraddizioni e nei suoi turbamenti di uomo e di medico fino al capezzale di quella giovane donna. Così come non c’era il neurologo, visto che aveva optato per una gita in Liguria, Carlo Alberto Defanti, che ha avuto in cura Eluana per diciassette anni. Non c’era papà Beppino che ha scelto, convinto di interpretare la sua volontà, di farla morire di stenti. Né la mamma di Eluana, devastata anche lei nel fisico e nell’animo, impegnata a lottare, nel chiuso di un’altra stanza, contro il tumore. Non c’è stata dunque nemmeno una mano, una mano pietosa. Una mano amica e dolcissima, quindi, ad accarezzare la mano di Eluana ieri sera quando se ne è andata. Frastornata dal chiasso che si era scatenato attorno a lei ha scelto dunque di uscire lievemente da quel limbo in cui galleggiava da diciassette anni, senza scomodare nessuno. Non uno di quella dozzina di sconosciuti e asettici volontari disposti a tutto tranne che a salvarla. Non una delle persone che amava e da cui è stata amata. Chi l’ha vista soltanto per pochi secondi, ieri sera, prima che i carabinieri stilassero il verbale di rito da girare alla magistratura, racconta di un corpo rannicchiato quasi in posizione fetale, gli occhi già un po’ infossati per la disidratazione, le labbra appena appena inaridite come può esserlo un fiore che comincia ad appassire. Senza più liquidi, senza più nutrimento dalle 6 di venerdì, Eluana era già diventata un’altra Eluana. Consapevole della sua condanna a morte ha voluto soltanto sussurrare a quell’accrocchio che la monitorava che il suo tempo era scaduto. Prima o dopo del tempo previsto, a quel punto non le importava. Dentro quel grande sepolcro bianco che somiglia ad una clinica, nel loculo di una stanza di diciotto metri quadrati dalla pareti di un paglierino irritante, Eluana ha deciso di togliere di mezzo la sua ingombrate presenza. Senza una mano da stringere. Come la può stringere chi ha paura di andare incontro alla morte e cerca conforto e sostegno. E con un accenno di sorriso, il suo. Scolpito tra le pieghe di quelle labbra inaridite dalla sete.