ore 7.00

nostro inviato a Singapore
Felipe il pilota che scassava le macchine, Felipe il ragazzo veloce e pasticcione, Felipe quello che i team licenziavano. Felipe ha messo in tasca la pole più difficile sul circuito più impegnativo, sulla pista più pericolosa, nel momento più importante del campionato. E per di più al buio. O by-night, come va di moda dire adesso.
Oggi alle 20 locali, quando il sole qui sarà ormai un lontano ricordo e i 1500 fari da 2000 watt regaleranno un’alba finta a Singapore, l’allievo di Schumi si giocherà aggancio e chissà, magari pure l’allungo su Hamilton ancora avanti, in campionato, di un misero punticino. Il ragazzo di San Paolo, intanto, fa festa pacata con piedi molto ben ancorati a terra. Perché tutto può ancora accadere, tutto può rivoltarsi contro, soprattutto in una pista come questa «dove ad ogni curva anche il minimo errore può distruggere ciò che fin lì avevi costruito» dirà con sicurezza il brasiliano.
Ma sulla sua quinta pole stagionale, la numero 14 in carriera, la terza dell’anno su altrettanti circuiti cittadini (dopo Montecarlo e Valencia), racconta ben altro. Per esempio, descrive questa prestazione in qualifica come una delle «più importanti della carriera perché quando rifili un simile distacco al secondo (Hamilton, dietro di 6 decimi con Raikkonen terzo addirittura a 8 decimi, ndr) allora sai di aver fatto una cosa importante, sai che il giro è stato perfetto». Quindi, ecco un briciolo di sacrosanta autocelebrazione, persino meritata dopo una carriera passata all’ombra degli altri, sempre allievo di Schumi, sempre pilota bravo ma discontinuo. Giusto per sottolineare, senza dirlo apertamente, che se siamo ancora tutti qui a sperare nel mondiale è comunque merito suo. Per cui non lo si prenda per sbruffone quando si lascia andare descrivendo il suo giro: «Sono stato perfetto ad ogni curva, in ogni punto, alla fine, quando stavo per affrontare l’ultima curva, mi son detto alzo un poco il piede, la faccio meno veloce, così, giusto per non rovinare sul più bello un giro impeccabile... Non ce l’ho fatta, ho spinto anche lì».
Eppure, la riprova che il «Massa thinking», «il pensare Massa», non è di moda e che il ragazzo dovrà sempre dimostrare qualcosa, arriva un attimo dopo aver concluso il suo giro quando, tra un applauso e un altro, qualcuno nel paddock troverà il modo per dire e far capire che con questa F2008 uno Schumi o un Alonso avrebbero già chiuso il mondiale da un pezzo.
Innocue cattiverie, ma che danno l’idea di come il vivere da Massa in F1 sia un vivere in salita e sempre, perennemente, sotto esame. Dirà ancora: «La pole mi dà gioia, non punti, per cui il lavoro va completato in gara, devo vincere, so di avere per le mani una grande auto, so che anche le gomme vanno bene... Forse, visto il tempo fatto, potevo addirittura caricare più benzina. Questa pista? Dura, faticosa, ben più di Montecarlo, fra l’altro credevo assomigliasse a Valencia... Non è vero. Dovrò dare il massimo per far fruttare questa pole, perché qui conta più che ovunque, tanto più pensando al campionato».
E così eccoci a raccontare il pilota Calimero assurto al ruolo di salvatore della patria di rosso vestita, eccoci a narrare del fuoriclasse un po’ assopito Raikkonen che stavolta, volente o nolente, dovrà aiutare il compagno visto che partirà dal terzo posto su lato pulito. Un Kimi assopito e per la verità anche iellato, visto che il suo sabato è stato viziato dal problema elettronico al mattino che l’aveva bloccato in pista dopo un dritto. In pratica non si inseriva la retromarcia ed è così stato costretto a spegnere il motore e a lasciare l’auto. Dirà: «Terzo non è poi male, visto quanto successo nelle libere. Ora dovrò cercare di fare il massimo per me e per la squadra». Finalmente l’ha capito.
Ma se il finnico è come sempre glaciale, Fernando Alonso è come sempre latino e schietto, diciamo molto latino e molto schietto dopo che la sua Renault gli ha fatto ciao ciao per un problema di alimentazione della benzina durante il Q2. «Basta, chiuso, stop. La mia gara è finita lì. Partire 15° qui non permette di fare nulla... Piuttosto, se non avessi avuto quel problema, Lewis Hamilton non sarebbe rimasto nei dieci (visto che nel Q2 si è classificato a pelo 10°) che si giocano la fase finale». E quasi l’avesse sentito, Massa conferma: «Sì, Lewis è stato fortunato, capita».