Ore contate per Romano. E spunta l’ipotesi Fassino

Il premier dimissionario si sfoga: «Ce l’hanno tutti con me». Possibile un incarico al leader della Quercia

Roma - Avanti con Prodi. Fino alla prima curva. Il «gioco dell’oca» della crisi si impunta come il premier di fronte al presidente Napolitano. «Se credi, Romano, puoi ripresentarti alle Camere per la fiducia. Però attento: devi avere i numeri sicuri al Senato». Ma Prodi i numeri non li ha.
Li cerca per tutta la giornata, e intanto la crisi, da semplice passaggio formale, da «verifica» tra le forze dell’Unione, si va ingarbugliando. «Situazione complessa», ha ripetuto il capo dello Stato, che nelle consultazioni vedrà le forze della maggioranza una ad una. «Lo stavo per chiedere io, quasi non avevo il coraggio - racconta Mastella -..., quando mi è stato detto: “Guarda che stavolta si va ognuno per sé“. “Ah, se volete così, obbedisco”, gli ho risposto». Ognuno per sé, non solo Romano per tutti. Ogni gruppo unionista al Quirinale giurerà che si riparte dal premier, ciascuno ha già pronta la subordinata.
Ma Prodi non è un (im)politico morto. Non vuole assolutamente ripetere la Waterloo del ’98 in aula, e dunque cerca numeri, cioè voti in Senato. Soprattutto chiede la sicurezza di un mandato pieno, una specie di personalissimo «governo del Presidente», che in Consiglio dei ministri avrebbe l’ultima parola su ogni decisione. Inappellabile. Senza che un ministro possa alzarsi e astenersi, senza che corra a dichiarare il suo dissenso appena uscito da Palazzo Chigi. «Ce l’hanno con me, non conto niente...», la lamentela. Una proposta di pieni poteri che ha fatto storcere il naso agli esperti del Quirinale, e non solo. «Neppure il fido Fassino potrebbe starci... e non è neppure giusta la logica del muoia Sansone con tutti i filistei», è la riflessione scaturita dall’insistenza prodiana.
Considerato che «avere i numeri», per Napolitano, significa partire almeno alla pari in Senato con l’opposizione, più i voti dei senatori a vita, il rinvio alle Camere che viene pronosticato come prossima tappa della crisi (sabato in tarda mattinata) non risolverebbe nulla. Anche perché Prodi ieri ha stoppato ogni ipotesi di «allargamento» a forze centriste (in primis Follini), in quanto «delegittimerebbe il mio ruolo e configurerebbe una specie di mandato a termine». I numeri, però, continuano a non esserci. Ieri lo ripeteva anche il portavoce Silvio Sircana: «Altro che pensare al programma, occorre partire dagli elementi fondamentali, i voti. Se non ci sono quelli...». Ancora una volta circola l’ipotesi di elezioni anticipate per forzare la mano e consentire a Prodi di piegare la sinistra radicale, sotto choc per il guaio combinato dai due dissidenti. «Qui il vero problema è che ci sono gruppi che non riescono a gestire e controllare i loro senatori», ha insistito Sircana.
In uno scenario così complesso ecco perciò farsi avanti le subordinate. Se Prodi rinuncia, la sinistra radicale vorrebbe «mantenere in piedi il valore della coalizione». Un governo di nuovo centrosinistra, magari con un programma più limitato, affidato a una personalità del calibro di Amato. Altrimenti, la strada maestra di un incarico al leader del partito di maggioranza relativa, Piero Fassino. Governo che provi a fare una legge elettorale, la Finanziaria e duri un anno e mezzo. Se va bene, fino alle Europee del 2009. Tra Ds e Dl non è tramontata invece l’ipotesi di «governo istituzionale» affidato al presidente del Senato, Marini, magari appoggiato da Fi e An. «Farei la rivoluzione, salterebbero tutte le giunte locali», ha reagito Mastella. Ulteriore ipotesi, legata alla tenuta dei conti economici, un «gabinetto di decantazione» con Dini.