«Orefici ricchi? Guadagnavo di più in banca»

Enrico Lagattolla

da Milano

Recita il proverbio che «dove l’oro parla, la lingua tace». Macché. La signora Giovanna ne ha da dire, eccome. Dietro al bancone della sua gioielleria, due vetrine di sobria eleganza alla periferia nord di Milano, lontani da ogni lussuoso stereotipo. «Me lo aspettavo, siamo stati presi di mira».
Signora Giovanna, a leggere la dichiarazione dei redditi dell’anno scorso passa la voglia di fare il suo mestiere.
«È proprio così. Ogni anno che passa è sempre più difficile. Eppure viene fuori che siamo dei ladri, degli evasori, dei disonesti. Ma la verità è un’altra».
Quale?
«Che da due anni a questa parte le spese sono aumentate e le vendite diminuite. A volte mi sento anche dire che con l’euro abbiamo raddoppiato i prezzi. Proprio noi che non possiamo inventarci nulla. Le quotazioni dell’oro sono anche sui giornali. Ma ha visto, piuttosto, quanto è aumentato il pane?».
Altre categorie a parte, quanto pesa sulle sue tasche questa Finanziaria?
«Ancora non so, quando il commercialista farà i conti vedremo. Ma di sicuro non mi aspetto nulla di buono».
Perché?
«Perché ci considerano la “razza” peggiore, per principio siamo quelli che evadono e che in realtà siamo pieni di soldi. Ma non è così».
I gioiellieri non evadono?
«Non fraintendiamo, gli evasori sono dappertutto. Ed è giusto colpire chi non paga le tasse, ma è offensivo il pregiudizio nei nostri confronti».
Signora, ma lei quanto dichiara?
«Non me lo ricordo, davvero, ma le assicuro che è meno di quanto ci si possa immaginare. Ho letto che ci sono orafi che dichiarano 20mila euro l’anno. Ecco, io qualcosa di più, ma non molto. E poi ho tre figli a carico e sono da sola. Faccia due conti, crede davvero che sia così ricca? E le dico una cosa. Da ragazza ho avuto un lavoro dipendente, ero impiegata in una banca. Ecco, ora quel posto lo rimpiango. Ed è per questo che ai miei figli ho sconsigliato di fare il mio stesso lavoro, anche se è dal ’57 che la mia famiglia ha questa gioielleria».
Vuole abbandonare la sua attività dopo 50 anni?
«È un peccato, lo so, ma ogni giorno lavorare in proprio è sempre più difficile. Adesso anche la sorpresa di questa Finanziaria. Se andiamo avanti così ci ritroviamo col culo per terra. Mi scusi l’espressione, ma non me ne viene un’altra più appropriata. È triste, ma ho voglia di mollare tutto».
Davvero se la passa così male?
«Il fatto è che, oltre agli affari che sono quelli che sono, noi abbiamo delle spese che dobbiamo affrontare di tasca nostra. Innanzitutto la sicurezza. Siamo “in prima linea”, noi. L’ultimo potenziamento al sistema di sorveglianza mi è costato 5mila euro. Perché se rubano in banca non ci rimette nessuno, se mi svuotano il negozio a restare a piedi sono io. E chi ce li ha i soldi per l’assicurazione? Ma non basta, o mi tocca fare i conti anche col Fisco. Quasi un’altra rapina».
Qualcosa da dire al ministro?
«Che guardi le cose da più punti di vista e, soprattutto, che non si può attaccare in questo modo una sola categoria. E ancora una cosa: ma se noi siamo quelli ricchi, loro cosa sono?».