The Organ al Transilvania Live, gli anni Ottanta rivivono sul palco

Suoni spigolosi, atmosfere rarefatte con la girl band di Vancouver. Sul palco anche gli Infadels, una new entry dall’Inghilterra

Luca Testoni

Si respira un'atmosfera decisamente molto britannica e molto anni Ottanta ascoltando Grab the Gun, l'interessante album d'esordio delle cinque indie-rocker canadesi The Organ, uscito in patria nella sua prima versione più di due anni fa, ma approdato nei negozi di casa nostra solo da poche settimane.
L'introduttiva e ipnotica Brother, per esempio, con le linee melodiche semplici e ridotte all'osso, mix di organo e chitarre post-punk, e le ritmiche monocordi, sembra figlia tanto del suono oscuro dei Joy Division come dei Cure di Seventeen Seconds. Steven Smith richiama invece in modo esplicito il repertorio dei primi Smith.
A chi parla di «new wave della new wave», l'androgina e tatuata Katie Sketch, fondatrice e capo indiscusso della banda di Vancouver («l'apporto compositivo arriva da tutto il gruppo, ma sono io il boss», puntualizza la diretta interessata), risponde tranchant: «Cos'è? Un taglio di capelli. Siamo troppo dark e tetre per quella roba».
Respinti al mittente anche i tentativi di accostare la sua voce alternativamente a Siouxie Sioux (di Siouxie and the Banshees) e a Patti Smith, ad Alison Moyet (vi ricordate gli Yazoo?) e a Debbie Harry (anche se a onor del vero nella leggera e "ballabile" Memorize This City, l'influenza dei Blondie è ben percepibile... ).
Se proprio ci si deve imbarcare nel gioco dei paragoni, non è azzardato definire la sfrontata Sketch come una sorta di incarnazione femminile dello "Smith" Morrissey, di cui ripropone il fraseggiare pallido e assorto stile cantante confidenziale e, in parte, le tematiche dei testi che tratteggiano, senza troppi intellettualismi, brandelli di solitudine quotidiana.
«Non potrei parlare d'altro. Le mie canzoni non avrebbero senso se trattassi temi allegri», assicura la giovanissima Katie, perfettamente a suo agio quando sviscera situazioni e soprattutto sentimenti da outsider, guardandosi bene dall'assumere però l'approccio sfacciato e da orgoglio lesbico tipico delle «riot grrrl», il movimento musical-post femminista di fine anni Ottanta/primi anni Novanta che ha preso le mosse nella cittadina universitaria di Olympia, nello stato di Washington, culla di tanto underground rock americano fine anni Ottanta-primi anni Novanta, frequentato (e amato) anche dal Nirvana Kurt Cobain.
Le armonie spigolose e le atmosfere malinconiche e rarefatte della girl band canadese, datate sì, ma al tempo stesso innegabilmente attuali, risuoneranno questa sera (ore 21, ingresso 15 euro) al Transilvania Live di via Paravia 59.
Dopo di loro saliranno sullo stesso palco anche i londinesi The Infadels, una new entry tutt'altro che sconosciuta ai frequentatori di Mtv e delle radio di casa nostra. Queste ultime hanno infatti adottato a tormentone modaiolo l'adrenalinico punk-funk Jagger '67. Si è scritto che il loro sound sia un irriverente concentrato di Talking Heads, Franz Ferdinand e Lcd Soundsytem. Si esagera, certo, ma come suggerisce il promettente esordio We are not the Infadels, gli inglesi dimostrano di saperci fare quando si tratta di mettere insieme il rock con le sonorità elettroniche e, soprattutto, di dettare le danze.