Orizzonti di Storia: fare gol al potere

Poteva essere il 1948, a Mosca si inaugurava con una partita di calcio il nuovo stadio, grande, impressionante, e la squadra chiamata ad affrontare la nazionale sovietica era l’Ungheria di Puskas, Hidegkuti, Bozsik, Czibor, Sandor, ovvero l’incarnazione sulla terra degli dei del pallone. C’era Stalin in tribuna, e tutta la nomenklatura: durante la seconda guerra mondiale l’Ungheria era stata alleata dell’Asse italo-tedesco e si era ritrovata, a conflitto finito, all’interno della «cortina di ferro» dietro la quale l’Urss aveva riorganizzato le nazioni dell’Est Europa, tanti satelliti di un sistema politico di cui era il dispotico sole. Anche una partita di pallone non si sottraeva alla logica dei rapporti di sudditanza, e quindi era impensabile che in un’amichevole, per di più giocata in un campo di calcio inaugurato in pompa magna per l’occasione, l’équipe ospite potesse suonarle ai padroni di casa. Nel caso in questione, oltretutto, l’Ungheria aveva da far dimenticare l’aver scelto militarmente la parte sbagliata pochi anni prima; e se la bellezza del suo calcio, adesso che si stava avviando a essere una «democrazia popolare», la riconsegnava nel novero delle nazioni «politicamente corrette», rimaneva comunque una punta di sospetto: di quell’altra Ungheria condannata dalla storia i suoi giocatori avevano pur sempre fatto parte, non foss’altro per esserci nati dieci, quindici, vent’anni prima...
Per farla corta, era la classica partita da pareggio, un risultato che non umiliava l’Unione Sovietica e allo stesso tempo confermava l’imbattibilità di quella che era allora la più forte squadra del mondo. Andò così sin dopo l’ottantesimo, con grandi prodezze tecniche, palleggi, ma nessun affondo, nessun passaggio dalla teoria alla pratica. Poi, a un certo punto, Czibor ricevette un pallone a metà campo e si mise a correre. Zoltan Czibor giocava all’ala, sregolato e anarchico come di solito è chi gioca in quel ruolo. Fumava, beveva, andava a donne, scappava dai ritiri. Era piccolo, aveva il 36 di piede, era velocissimo. Correndo Czibor entrò nell’area sovietica, e mentre correva dribblando gli avversari, probabilmente cominciò a chiedersi cosa dovesse fare di quella palla. Zoltan era uno sregolato, un anarchico del football, ma non era uno stupido. Sapeva perfettamente che l’Ungheria non poteva perdere quella partita, ma che era meglio per tutti se si fosse limitata a non vincerla... E però era un calciatore nato, uno di quelli che fin da ragazzino vanno dietro a un pallone e gli fanno fare cose che pochi umani possono eguagliare. Così, una volta nell’area di rigore avversaria, non pensò più al rischio, alla posta in palio, agli equilibri politici: pensò soltanto al piacere di quella giocata, all’emozione del gol. E segnò.
Nei cinegiornali dell’epoca, ciò che avvenne dopo è affidato a immagini esemplari. Si vede Zoltan Czibor esultare davanti alla porta violata e poi voltarsi verso i compagni perché ne condividano la gioia. E si vedono i suoi compagni fermi, attoniti, quasi avvolti in una nebbia di stupore. Stanno lì immobili ed è come se gli dicessero, «sì, va bene, un gol bellissimo, ma, cazzo, Zoltan, cosa ti è venuto in mente... E adesso, che facciamo adesso?». Il tutto dura una manciata di secondi, tanti quanti servono per capire che loro, comunque, in realtà sono come lui: il piacere della giocata, l’emozione del gol, l’orgoglio, sono gli stessi, e poi, ma sì, ma chissenefrega... E gli corrono incontro, e lo abbracciano, ed esultano...
Il racconto di come Czibor rovinò la festa a Stalin mi è tornato in mente leggendo il saggio di Mario Alessandro Curletto Spartak Mosca. Storie di calcio e potere nell’Urss di Stalin (Il Melangolo, pagg. 158, euro 9). Ufficialmente fondato nel 1935, lo Spartak fu il risultato finale di un lavoro decennale. Nata come una squadra di quartiere, il quartiere operaio di Presnja, divenuta poi una piccola società sportiva, la Kransnaja Presnja, il gruppo di giovani che la tenne a battesimo, un gruppo che ruotava intorno ai fratelli Starostin, costruì con le proprie mani ciò di cui una società aveva bisogno: un campo, delle tribune per il pubblico, gli spogliatoi... Raramente una struttura sportiva legò in modo così coinvolgente il suo nome al luogo dove era nata e cresciuta.
Dopo dieci anni, dicevamo, quella piccola squadra rionale prese il nome di Spartak, fu negli anni Trenta il fenomeno calcistico sovietico e i suoi portabandiera, i quattro fratelli Starostin, furono i castigatori sul campo di calcio dello strapotere dei club militari fino ad allora imperanti: la Dinamo, che dipendeva dal Commissariato agli Interni, la Cdka, emanazione dell’Armata rossa. Come risultato, nel 1942, furono tutti e quattro arrestati, condannati a 12 anni di carcere con il pretesto di attività antisovietica e spediti nei gulag. Otto anni dopo cominceranno a riemergerne grazie all’interessamento di Vassilj Stalin, il figlio del dittatore, tifoso di calcio e ansioso, grazie agli indomabili fratelli Starostin, di dare una lezione a chi, come Berja, protettore della Dinamo, era stato l’artefice delle loro disgrazie e della decadenza dello Spartak...
È un peccato che questa «storia di calcio e potere nell’Urss di Stalin» sia scritta in modo anodino, quasi che il professore uiniversitario che la racconta - Curletto insegna Lingua e cultura russa a Genova - si vergognasse o volesse tenere a freno il tifoso che in lui si nasconde. Un peccato perché se al calcio, al racconto del calcio, togli la passione, gli porti via metà della magia...
La partita Unione Sovietica-Ungheria dalle quale ci si è mossi, è una delle tante memorie che si possono trovare in quel libro bizzarro di Vladimir Dimitrijevic che è La vita è un pallone rotondo (Adelphi, 2000). Editore, fondatore di L’age d’homme, organizzatore culturale di prim’ordine, per Dimitrijevic vale il discorso opposto rispetto all’autore di Spartak Mosca e la La vita è un pallone rotondo non annoia mai, si legge d’un fiato e spesso ti commuove. Lo dico quasi con sorpresa perché, per quel che mi riguarda, da anni ormai ciò che era stata una passione divorante - il calcio giocato, più che il calcio parlato, ma comunque tutto il rituale che gli stava intorno, attese, delusioni, allenamenti, discussioni, trionfi - si è trasformata in radicato disinteresse, a cui l’eccesso di partite, l’eccesso di commenti, l’eccesso di isteria, l’eccesso di soldi, hanno dato il colpo definitivo. Eppure nel racconto che Dimitrijevic fa delle sue esperienze di giocatore da ragazzino, quei campetti improbabili, quei palloni di fortuna, quei ruoli scelti di imperio, quei compagni di cui riconosci subito, di primo acchito, la grandezza, è racchiusa l’essenza poetica del perché di un gioco, la sua natura. E del resto all’ultimo Festival del cinema di Venezia il film del regista russo Alexei German, Garpastum, si è mosso proprio su questa lunghezza d’onda, un po’ romanzando la vita dei fratelli Starostin, ma soprattutto facendo vedere, attraverso gli occhi di una banda di ragazzi, il calcio come epopea, cimento, combattimento.
Di tutti gli sport il calcio è stato a lungo per me l’essenza stessa della giovinezza: la squadra, ovvero la banda, il gruppo, l’alleanza, la fatica fisica e quindi il sudore, lo scontro, l’aiuto reciproco e la cavalleria, il vincere o il perdere tutti insieme, l’idea di una comunità... Di quegli undici ragazzi che la formavano sapevi di poterti fidare, nessuno ti avrebbe tradito, tutti avrebbero sofferto e lottato, si sarebbero a vicenda consolati, insieme avrebbero esultato. Ognuno di essi era, a suo modo, insostituibile, ma era nell’insieme, in quell’amalgama strano di passione e amicizia, che si nascondeva il perché di un fascino altrimenti inesprimibile.
La salvezza dei fratelli Starostin durante gli anni di gulag si dovrà proprio al fatto che nei campi di concentramento c’è chi, vittima o carnefice, li riconosce, sa le emozioni che il vederli giocare gli ha procurato, vorrebbe in qualche modo riviverle, si sente comunque debitore... Vladimir Dimitrijevic racconta con grazia leggera la storia di Darko Giler, figlio di Jora Giler, ala sinistra della Jugoslavia negli anni Trenta, fucilato negli anni Quaranta. Bambino, Darko giocava all’ala destra, ma dall’età di undici anni si intestardì per diventare mancino e giocare nello stesso ruolo del padre. Un giorno degli anni Cinquanta, adolescenti, Vladimir e Darko erano nella stessa squadra di Belgrado, impegnati in una trasferta a Smederevo. «All’improvviso, mi ritrovo il pallone fra i piedi, lo rilancio sulla mia sinistra e vedo Darko correre come un puledro in libertà. Penetra trasversalmente nei sedici metri, il tiro parte dal suo piede sinistro, indirizzato verso l’angolo opposto. Gol! Si gira verso di me, raggiante. E, tra le lacrime di gioia, urla: “Come papà!”». Il calcio è anche questo, e forse soprattutto questo.