Orlandi, il pm: "Aprite la tomba di De Pedis"

La procura vuole riesumare il cadavere del boss della banda della Magliana, tumulato vicino ai papi. Il rettore di Sant'Apollinare (<em>nella foto</em>): &quot;Non ho niente in contrario&quot;. Intanto il Vaticano difende Marcinkus: <strong><a href="/a.pic1?ID=271492" target="_blank">&quot;Basta bugie&quot;</a></strong>

«Portava vino e cibarie alla mensa dei poveri. Un bravo cristiano, benefattore emerito...». Ecco perché la buonanima del gangster romano Renato De Pedis ha avuto l’autorizzazione del Vaticano a esser sepolta nella chiesa dove s’era sposato due anni prima di morire ammazzato. Vita, opere e miracoli criminali: l’epopea del capo della banda della Magliana è tutta intorno alla basilica di Sant’Apollinare a due passi da piazza Navona, tra via del Pellegrino (dove nel febbraio 1990 il boss venne assassinato) e quella piazza delle Cinque Lune divenuta celebre nell’affaire Moro per gli incontri segretissimi di tre personaggi predestinati a morire anzitempo: il giornalista Pecorelli, il colonnello dei carabinieri Varisco, e forse il generale Dalla Chiesa. Luogo di preci e di misteri, tornato di moda dopo le ondivaghe rivelazioni della superteste del caso Orlandi, tanto che la procura di Roma adesso non esclude l’esumazione della salma del boss per vedere se dentro il sarcofago in avorio ha trovato posto anche Emanuela. L’enigma del loculo fa sorridere e tremare l’ultimo rettore di Sant’Apollinare: «Non ho niente in contrario, se hanno deciso di aprire lo facciano pure». Un’apertura, lieve, rispetto al predecessore Pietro Vergari, che conobbe «Renatino» da cappellano a Regina Coeli, e che non ha battuto ciglio quando s’è saputo che i resti del killer della «Bandaccia» riposavano in pace, nella cripta della sua chiesa, per volontà sua e dell’ex vicario del Papa, Ugo Poletti: «De Pedis faceva del bene, specie a Natale e Pasqua - ricorda -. Era molto credente, aiutava i poveri, i sacerdoti e i seminaristi. Era devoto. Io non so niente delle sue vicende. La Chiesa non si pone domande». Così, senza interrogarsi sull’opportunità di soprassedere alla tumulazione di un cristiano collegato alla mafia di Pippo Calò, nel marzo del 1990 il Vicariato dà la benedizione al trasferimento dei resti del boss dal cimitero del Verano alla basilica settecentesca edificata dai gesuiti. Autorizzazione siglata dal cardinal Ugo Poletti, il 10 marzo 1990. Letterale: «Nulla osta alla tumulazione della salma di Enrico De Pedis in una delle camere site nei sotterranei». Un assassino tra Papi e cardinali, amen. Ognuno la vede a modo suo. Per Giulio Andreotti «il cardinal Poletti poteva non sapere chi fosse De Pedis». Per il cardinal Tonini «forse il signor De Pedis riposa in Sant’Apolinnare perché alla fine s’era pentito», che è un po’ la stessa spiegazione che offre l’ex rettore Domingues: «Probabilmente De Pedis si convertì e venne ucciso per timore che poi parlasse». Per la Direzione investigativa antimafia, invece, le cose stanno in tutt’altro modo. Il cardinal Poletti conosceva bene il curriculum sanguinario di Renatino. Sfogliando il verbale d’interrogatorio della moglie del boss, questa rivela d’essersi incontrata riservatamente col vicario del Papa, su intercessione del rettore amico di Sant’Apollinare che in una lettera del 6 marzo 1990 rassicurava il superiore spiegando che «dopo la tumulazione ad opera di artigiani del Vaticano, comunque la famiglia De Pedis continuerà a esercitare opere di bene, soprattutto contribuendo alla realizzazione di opere diocesane». A tu per tu con il Vicario, la vedova avrebbe confessato che Sant’Apollinare «era la sua chiesa fin da bambina» e che «a Renatino mio quel posto piaceva assai, e si affezionò tanto che poi divenne un benefattore con assidui, costanti e consistenti oboli...». Un miliardo in una botta sola, secondo il racconto della super teste del caso Orlandi. «Per la tomba pagammo all’incirca 37 milioni di lire - verbalizza la vedova De Pedis - la ditta che li eseguì era di fiducia del Vaticano». Poletti, defunto, non può confermare, smentire, rettificare il faccia a faccia. Le carte in mano ai pm confermano che, «almeno», il vicario del Papa si oppose alla celebrazione dei funerali del boss in Basilica, salvo invece recitare un ruolo di primo piano nella vendita della sontuosa villa di Porta Ardeatina a Roma di proprietà dell’«Opera Francesco Saverio Oddasso»: svenduta su sua (presunta) intercessione ad Enrico Nicoletti, il «cassiere» della Banda della Magliana, nonostante quel rompiscatole di De Pedis che a un certo punto si mise di traverso e che per questo, si è sempre rumoreggiato, venne ripagato con una scarica di piombo. L’Anticrimine di Roma ha interrogato sacerdoti e monsignori che hanno parlato di comportamenti anomali del Vicariato per favorire la Cofim Srl di Nicoletti a dispetto di altre proposte d’acquisto più vantaggiose, come quella del costruttore Romagnoli. Quando si prospettò l’ipotesi di dirimere i contrasti tra religiosi e di finire così in tribunale, il cardinal Poletti alzò la voce. E nero su bianco disse no: «In questa vicenda concorrono elementi che costituiscono pericolo di scandalo grave e, poco che la causa venisse notata nella cancelleria del tribunale, la stampa non mancherebbe di pubblicizzare il tutto. Per questo motivo non ritengo di dare il nulla-osta» alle vie legali. La villa, per la cronaca, è finita effettivamente a Enrico Nicoletti, ma anni dopo è stata sequestrata e confiscata. Oggi ospita la «casa del jazz», altra musica rispetto ai vecchi spartiti criminali.