Orlando, il paladino antimafia che impallina chi è contro i boss

Il suo ruolo di paladino dell’antimafia, di inquisitore di tutto e tutti, Leoluca Orlando lo esercita da sempre. Lo esercita oggi, da portavoce di Italia dei valori. E lo esercitava ieri, quando era l’homo novus della Dc che sgomitava per farsi notare e demoliva i notabili dello Scudocrociato dicendo che erano mafiosi e corrotti. Un censore. Di chiunque. Persino di chi la lotta alla mafia la faceva sul serio, come Giovanni Falcone, che negli ultimi anni della sua vita, fu una delle vittime più illustri. Anche se gli antimafiosi di oggi preferiscono avere la memoria corta.
C’è una massima, in Sicilia, che dice: «u niuru, s’un tinci, mascarìa», il nero, anche se non colora, serve comunque a sporcare. Orlando lo ha sempre applicato alla lettera ai suoi bersagli, da Lima ad Andreotti, fino al maresciallo Antonino Lombardo. Brutta storia quella. Lombardo, pochi giorni dopo essere stato aggredito in diretta tv da Orlando durante una puntata della trasmissione di Michele Santoro Tempo reale, si sparò un colpo di pistola alla testa nella sede del comando regionale dei carabinieri il 4 marzo 1995, lasciando una lettera in cui respingeva le accuse di collusioni mafiose.
Perfino Falcone non ebbe sconti. Eppure in principio, con Orlando, erano amici. Tanto amici che nel 1986 fu proprio lui, Leoluca, da sindaco, a sposare in piena notte Giovanni e la sua compagna Francesca Morvillo. Ma quattro anni dopo, nel ’90, arrivarono allo scontro frontale. Uno scontro frontale che a Falcone - qualche mese prima di essere trucidato, il 23 maggio del ’92 – costò anche un processo al Csm. Il motivo? Le accuse, coram populo, in diretta tv ospite dell’inquisitore per antonomasia Santoro, di tenere «carte nascoste nei cassetti», di non volere cioè indagare e accertare la colpevolezza del terzo livello della mafia, quello politico. Insomma, di non voler eliminare per via giudiziaria i nemici politici di Orlando.
Tutto comincia, nella calda estate del «corvo» e dei veleni alla Procura di Palermo, anno di grazia 1989. Un pentito catanese, Giovanni Pellegriti, si presenta a Falcone e lancia accuse nei confronti del plurichiacchierato proconsole di Andreotti in Sicilia, l’onorevole Salvo Lima. Falcone ascolta, attentamente. Ma soprattutto indaga, a fondo. E così scopre che quel che dice Pellegriti è falso. Non solo non mette sotto accusa Lima, ma incrimina il falso pentito per calunnia. È a questo punto che per Orlando l’amico Giovanni diventa il nemico da distruggere, costi quel che costi. Le prime avvisaglie sono nel gennaio del ’90. Ma è a maggio, dalla platea di Samarcanda, che l’Orlando furibondo lancia, complice Santoro, il suo j’accuse all’ex amico Giovanni a proposito delle «carte chiuse nei cassetti». È un putiferio. Falcone è entrato nel mirino, è un bersaglio di Orlando e dei suoi. E la sua permanenza a Palermo è sempre più difficile. Tanto che fa le valigie e accetta l’offerta dell’allora ministro di Giustizia Claudio Martelli di trasferirsi a Roma, al ministero, a dirigere l’ufficio Affari penali. Il sì ai socialisti è la seconda «colpa» che i puri dell’antimafia non perdonano a Falcone. Gli affondi di Leoluca Orlando e dei suoi seguaci raccolti nella Rete si fanno sempre più serrati. E culminano in un’altra memorabile Samarcanda, quella a staffetta col Maurizio Costanzo Show del settembre del ’91 per ricordare l’imprenditore Libero Grassi. A lanciare l’affondo contro Falcone, che è tra gli ospiti, l’avvocato Alfredo Galasso, all’epoca fedelissimo di Orlando: «Giovanni Falcone secondo me farebbe bene ad andarsene al più presto possibile dal posto al ministero, perché l’aria non gli fa bene, non gli fa proprio bene...». «È un’opinione soggettiva, e questo significa mancanza di senso dello Stato», replica Falcone. «Giovanni, non mi piace che stai dentro il palazzo di governo», è l’affondo di Galasso. Falcone è solo. Ed è la sua solitudine che racconta quando il 15 ottobre del 1991 viene convocato dal Csm, che indaga su un pamphlet di accuse contro la Procura di Palermo, ovviamente targato Orlando. Ascoltato dal Csm Falcone denuncia il linciaggio morale a cui è stato sistematicamente sottoposto: «Orlando – dice – ormai ha bisogno della temperatura sempre più alta. Sarà costretto a spararla ogni giorno più grossa. Per ottenere questo risultato lui e i suoi amici sono disposti a tutto, anche a passare sui cadaveri dei loro genitori... mi fa paura». È ottobre. Cinque mesi prima della sua uccisione.
All’inizio, dopo la strage di Capaci, per Orlando, non è facile far dimenticare quegli attacchi gratuiti a quello che è universalmente riconosciuto come un martire della lotta alla mafia. I familiari di Falcone sono furibondi. «Orlando è un khomeinista, uno dei grandi nemici di mio fratello», dice la sorella Maria nel novembre del ’93 in un’intervista a Prima Comunicazione. E aggiunge: «Orlando a Palermo voleva la piazza libera per potere fare politica a tutto campo... A fare in modo che Falcone fosse costretto a lasciare Palermo sono stati in due: Pietro Giammanco (all’epoca procuratore capo, ndr)... e Orlando, perché voleva essere il santone della città». Analoga l’opinione dell’ex Guardasigilli Martelli: «A Palermo per Falcone – ricorda in un’intervista a Santoro – l’aria era diventata irrespirabile per le accuse di Orlando».