Ormai la bravura non sappiamo più neppure vederla

Non v’è alcun dubbio che sia bene, anzi benissimo, quanto il direttore di questo giornale si propone, chiedendo un ritorno al merito. La menzogna comunista di fingere uguali i talenti degli uomini, e quindi di considerare solo plurali i loro destini, ci ha per decenni rovinati. E dunque va contraddetta. E certo è un bene che si premino i migliori, e non solo col denaro, ma dando loro considerazione e infine persino compiti più elevati. Tuttavia approvare questo intento di dare più e meglio a chi merita, non significa esserci già riusciti.
Il merito richiede infatti che, prima, la società si articoli in maniera tale che si possa riconoscerlo. Solo dopo lo si potrà premiare. Questione complicata, e non solo dagli avanzi lamentosi degli anni '70. Viviamo infatti in un’epoca nella quale tutto, ma proprio tutto, sta perdendo senso e diventa astratto, slegato da ogni buon senso. Il merito ormai ha perso il suo merito. Si pensi solo a quante volte ormai capiti d’incontrare qualcuno e dopo avergli chiesto che cosa faccia, non si riesca poi a capirlo. Perché le funzioni e le gerarchie della società, una volta ovvie a prima vista, persino nel modo di vestire, sono oggi svanite.
Come i fini generali, persi pure essi in chiacchiere astratte. E allora senza più concrete funzioni e gerarchie, ma come si può, seppure con tutte le migliori intenzioni, riuscire a premiare il merito?
Per esempio l’università italiana di oggi somiglia, e purtroppo solo nei casi migliori, agli ultimi anni delle superiori di una volta. Il Sessantotto ha infatti regalato le migliori posizioni a una maggioranza larghissima di peggiori. E ad essi si dovrebbe affidare il compito di premiare i migliori? Ma se sono stati loro la causa prima del peggioramento.
E del resto il problema non riguarda solo i pubblici impieghi. Si pensi ai manager delle più nomate imprese private: ma come è pensabile che guadagnino bonus di milioni e milioni. Il loro talento è troppo spesso solo quello di tagliare e licenziare, massimizzare i risultati a breve, lasciare dopo di sé disastri. Essi sono un altro palese esempio di merito riferito a criteri assurdi, e stavolta però esito non del comunismo, ma del capitalismo. In conclusione: le gerarchie e le funzioni sono ormai così confuse dallo Stato, o dai bilanci di impresa, che qualunque discorso sul merito ne risulta sempre più complicato.
Infatti non c’è perniciosa riforma della scuola o dell’università, voluta dalla sinistra, con cui negli ultimi anni essa non abbia detto di voler premiare il merito. Ma ogni volta con criteri sovietici: inventando commissioni e punteggi, supponenti e inutili, come ormai i cervelli di chi doveva applicarli. Giacché invece soltanto destatizzare le università potrebbe salvarle, e ristabilire in esse un effettivo criterio di merito.
E così sarebbe meglio anche per gli ospedali e i tanti altri campi nei quali lo Stato può far prevalere solo i peggiori. Né dovrebbero però tacersi le distorsioni delle imprese. Se si assecondano, com’è oggi, in esse solo criteri di crescita astratti, il cui riscontro sono le sfide cinesi, i bilanci, o il Pil, ma come può prevalere un fine di benessere fraterno? Che è poi il solo lecito per decidere il merito del profitto. Occorrono all’economia epiche condivise e concrete. Molto più pertanto di una maggior contrattazione aziendale, che pure sarebbe auspicabile. Compiti certo non facili, ma senza i quali non si daranno vere gerarchie di merito.