«Ormai la Cina è troppo vicina»

Parla Erik Izraelewicz, direttore del quotidiano economico francese «Les Echos» ed esperto del gigante orientale

«La Cina si è svegliata e il mondo trema. Mai nella storia una nazione così grande (1 miliardo e 300 milioni di abitanti) aveva conosciuto una crescita così forte (8 per cento annuo) per un periodo così lungo (25 anni). Questo straordinario risultato dovrebbe rassicurare, e invece inquieta». Inquieta per esempio George W. Bush, che nella recente visita a Pechino ha presentato al presidente Hu Jintao una lista di desiderata americani: più democrazia, diritti e libertà civili; aprire il mercato all’agricoltura e al commercio con l’estero; proteggere i diritti di proprietà intellettuali (dove si clonano film, software, libri e tutto il resto); rivalutare lo yuan che secondo gli economisti americani è sottovalutato del 40 per cento e rende i beni cinesi troppo competitivi e quelli Usa troppo cari.
«Ma l’unico regalo che ha ottenuto Bush dai cinesi è l’ordine di acquisto di 70 aerei Boeing per 4 miliardi di dollari. Sul resto, gli Usa non hanno ottenuto nulla di nulla da Pechino, solo alcuni sorrisi lucidati», dice Erik Izraelewicz, direttore del quotidiano economico francese Les Echos, un profondo conoscitore della Cina. Il suo La sfida. Se la Cina cambia il mondo (Lindau, pagg. 272, euro 18,50), un reportage sul fenomeno economico e culturale del XXI secolo, è un best seller in Francia.
Vuol dire che la Cina può diventare per gli Usa la nuova Unione Sovietica, il nuovo Impero del Male?
«Negli Stati Uniti la sinofobia, il timore della Cina ha da lungo tempo sostituito la nippofobia. L’invasione di prodotti made in China preoccupa seriamente e ha già contribuito alla morte di molte industrie. È all’origine di un deficit commerciale gigantesco. La Cina vende negli Stati Uniti il triplo di quanto questi esportano in Cina, e ora gli americani temono che dopo aver “rubato” le loro tecnologie i cinesi comincino a comprare le loro stesse imprese. È già successo. Washington preme per il cambiamento in Cina, ma oggi gli interessi dei due “imperi” sono così dipendenti che un estraniamento, di qualunque tipo, sarebbe nocivo per entrambi. Guerriglie economiche ci saranno sicuramente, soprattutto per il petrolio. Ma una guerra economica vera e propria non conviene a nessuno».
Nel suo libro, lei cita una frase di Marcel Proust: «La Cina mi preoccupa». Preoccupa anche lei?
«La Cina preoccupa poiché è un fattore di destabilizzazione generale dell’economia mondiale, come non ne abbiamo mai conosciuti. La Cina conosce, da venticinque anni, da Deng Tsiao Ping, una rivoluzione industriale. Vive dunque le stesse trasformazioni che le nostre vecchie nazioni industriali hanno vissuto 100-150 anni fa: industrializzazione, urbanizzazione, emergenza di una classe media, ecc. Ma il decollo della Cina non può essere paragonato a quello degli altri Paesi che hanno preso il volo. Si tratta di un “aereo” molto più grande (1,3 miliardi di abitanti, il 20 per cento della popolazione mondiale), dotato di un “motore” molto più potente (l’ipercapitalismo, un sistema che sposa i vantaggi del comunismo e quelli del capitalismo) e che “prende il volo” in un momento di forte circolazione di merci, uomini, capitali e idee. Il decollo cinese, in tutti i settori dell’economia, avviene con una violenza che non si è mai conosciuta e per un periodo che si annuncia lungo. Da questo punto di vista, dunque, la Cina mi preoccupa».
La Cina cambierà il mondo. In meglio o in peggio?
«Non esprimo giudizi di natura morale sul nuovo mondo che emerge con lo sviluppo della Cina. Certamente costringe il mondo a cambiamenti profondi. Ma vorrei aggiungere che le nostre vecchie nazioni hanno ben più motivi di preoccuparsi per il mancato sviluppo dell’Africa, piuttosto che per lo sviluppo dell’Asia. Il decollo della Cina è una buona notizia per il pianeta sul piano umanitario e su quello economico. Occorre aver timore della Cina per adattarsi al nuovo mondo che si annuncia. Credo che questo mondo sarà più duro per i nostri Paesi poiché sono più aperti e più concorrenziali».
Sarà ancora una Cina comunista?
«In Cina esistono ancora molte tracce del comunismo. Lo Stato e il partito svolgono ancora un ruolo importante nell’economia. Ma il partito comunista non ha più, in economia, granché di comunista. È diventato una classe dirigente, la nuova dinastia imperiale. La sua preoccupazione è puramente materialista: garantire lo sviluppo economico. La sua sola ideologia è e sarà sempre più il nazionalismo. Il suo fine, come da millenni, garantire l’unità dell’impero».
Quale sarà il destino dell’Europa in questo nuovo mondo?
«Entriamo in un universo in cui solo chi è grande sarà capace di difendere i propri interessi. Ci sono gli Stati Uniti e la Cina. Se i Paesi europei vogliono avere la loro parola, occorre che si presentino uniti di fronte ai giganti».
Sarà la Cina a diventare occidentale o l’Occidente a farsi cinese?
«La Cina si occidentalizza, è innegabile, ma sa conservare le proprie caratteristiche. Questa capacità di sposare gli opposti è tipica della Cina».