È ormai guerra dei nervi tra Gran Bretagna e Iran

Teheran insiste: «I 15 marinai inglesi hanno sconfinato, abbiamo le prove». Londra preme per poterli incontrare

Non si sa dove siano, né di cosa siano accusati, ma s’incomincia a ragionare. E per Londra è già positivo. A discutere la sorte della “sfortunata quindicina” non sono più agenzie di stampa e generali dei Guardiani della rivoluzione, ma esponenti dei ministeri degli Esteri. La vicenda dei quindici marinai e marine, tra questi ultimi una donna, caduti venerdì scorso nelle mani dei pasdaran nelle acque dello Shatt el Arab, sembra passata dalle mani dei Guardiani della rivoluzione a quelle delle autorità politiche della Repubblica islamica. Anche i timori di un possibile, indiretto ricatto a Washington per il rilascio dei cinque iraniani catturati a gennaio in Irak nel consolato di Erbil sembrano ridimensionarsi.
«Stanno bene, abbiamo le prove che erano nelle nostre acque, li stiamo ancora interrogando e vogliamo chiarire se la loro entrata sia stata intenzionale o no. Poi potremo prendere una decisione», ha detto ieri il viceministro degli Esteri iraniano Mehzi Mostafavi, non escludendo un’incriminazione. Una dichiarazione che induce a cauto ottimismo il Foreign Office. E il ministro degli Esteri britannico, la signora Margaret Beckett, ha chiesto a Teheran di permettere a funzionari inglesi di incontrare i prigionieri. Il fatto che le parole di Mostafavi non diano per scontata l’intrusione volontaria nelle acque iraniane dimostra la volontà di Teheran di tener aperta una via d’uscita pacifica. Che a dirlo sia un viceministro degli Esteri fa capire che la sorte dei quindici non verrà decisa dai generali dei gruppi più intransigenti del regime, ma dalla diplomazia e dai vertici istituzionali.
Altri segnali incoraggianti arrivano dall’Irak, dove l’ambasciatore della Repubblica islamica, Hassan Kazemi Qomi, ricorda che la sorte dei quindici inglesi «non ha nulla a che fare con altre questioni». Da Bagdad si è rivolto al regime iraniano il ministro degli Esteri iracheno, Hoshiar Zebari, chiedendo il rilascio dei quindici. «Secondo le informazioni in nostro possesso - ha detto - gli inglesi sono stati catturati nelle nostre acque». Sulla base delle affermazioni di Kazemi Qomi non sarebbero destinati a diventare merce di scambio per la liberazione degli iraniani nelle mani di Washington. Questi indicatori positivi devono far i conti con l’imponderabilità della situazione politica iraniana. Ogni decisione sarà frutto di un compromesso tra le correnti più estremiste - di cui i pasdaran sono il terminale armato e il presidente Mahmoud Ahmadinejad la punta di lancia politica - e le correnti più razionali impegnate nel tentativo di traghettare la Suprema guida, Alì Khamenei, su posizioni moderate.
Secondo molti osservatori, i vertici dei pasdaran hanno cercato di utilizzare la cattura degli inglesi per assumere un ruolo decisionale più determinante nell’ambito della sfida nucleare e dello scontro con gli americani in Irak. «Il fatto che tutto sia avvenuto alla vigilia del voto dell’Onu sulle nuove sanzioni sembra ben più di una coincidenza», ha fatto notare ieri Alez Bigham, esperto di questioni iraniane al “Centro di politica estera britannico”. Il tentativo di emergere come artefici dello scontro avrebbe portato i pasdaran a un braccio di ferro con i vertici istituzionali della Repubblica islamica.
Lo scontro riecheggia nei durissimi comunicati partiti dai vertici della milizia mentre il Paese sonnecchia nel torpore delle festività per il nuovo anno iniziate il 21 marzo. «Se l’America darà il via a una guerra contro l’Iran non sarà lei a deciderne la fine, il nostro popolo non consentirà a un solo soldato americano di mettere piede sul nostro Paese», ricorda il generale Morteza Saffari, comandante di quelle forze navali dei pasdaran responsabili, guarda caso, della cattura degli inglesi. I vertici del regime sembrano poco disposti a seguirlo lungo questa china.
Le sanzioni e la manovra d’isolamento finanziario messe in moto lo scorso settembre dal Tesoro statunitense hanno portato molte banche internazionali a sospendere ogni attività con le controparti di Teheran mettendo in crisi anche il settore petrolifero. Dopo le nuove sanzioni, molti ipotizzano una possibile marcia indietro dell’Iran.