Orrore a New Orleans esce dalle acque un esercito di morti

Chiusa l’ultima falla negli argini. Le pompe idrovore cominciano a prosciugare la città e centinaia di corpi vengono alla luce: «Qui sotto c’è qualcosa di spaventoso»

Massimo M. Veronese

Sono usciti dai loro nascondigli, dai sotterranei della città annegata, una settimana dopo il giorno del giudizio, quando nessuno pensava di ritrovarli più. Erano fuggiti da venti che soffiavano a trecento l’ora e onde alte sette metri, volati via, aggrappati a nulla se non a una cieca speranza. Sono usciti dalle loro case coloniali, dai ristorantini creoli, dai negozi, dalle stradine dei localini jazz, da rifugi che sembravano sicuri, in ordine sparso, senza far rumore. Sono usciti gonfi, a pezzi, irriconoscibili. Sono usciti dalle liste dei dispersi con lo sguardo spaventato affogato nel fango e quasi più niente di quello che erano. Morti. A migliaia, che tornano a galla a mano a mano che l’acqua se ne va. Escono dai rifugi accompagnati da detriti, rifiuti, carcasse, materiale organico la cui decomposizione è stata accelerata dall'acqua e dal calore. Non sono più esseri umani ma uno strato tossico da maneggiare con precauzione, come un’arma chimica, ma da trattare con pietà. Sotto l’acqua che scende di minuto in minuto c’è una notte dei morti viventi: «Qui sotto c’è qualcosa di spaventoso - si copre gli occhi il sindaco Ray Nagin - qualcosa che choccherà l’America». Dai loro ultimi rifugi li sta stanando un esercito di idrovore: pompano acqua a tutta forza, asciugano la città, sputandone la melma nel lago Pontchartrain. In alcune zone, come sulla 17ª strada, è bastato chiudere la falla degli argini del canale per far scendere l’acqua di trenta centimetri. Per chiudere quelle ferite maledette che hanno provocato l'allagamento della città i tecnici della protezione civile e del genio dell'esercito hanno rovesciato ruspe e camion carichi di terra e ghiaia, lanciato dall'alto, con gli elicotteri, giganteschi sacchi pieni di sabbia. Ma avvertono: «Ci vorranno tre settimane per le operazioni di drenaggio, altre tre per ripulire le macerie, otto settimane prima che torni l'elettricità. Almeno tre mesi per asciugare tutto». Ma bisogna fare presto. Le acqua marce nascondono epidemie, ci sono già un paio di killer che si aggirano sulle rive devastate del Mississippi: il virus del Nilo occidentale trasmesso dalle zanzare e il batterio E-coli che arriva dalle fogne. Possono uccidere.
Dalla città morta si fugge adesso che è troppo tardi al ritmo di 75 voli al giorno. I campi sfollati allestiti all'aeroporto internazionale Louis Armstrong, si sono svuotati. Ieri sera, quando un C130 dell'aeronautica militare è sceso con medici e medicinali, non c'era più nessuno da curare. Spariti tutti. New Orleans è abitata da gente strana adesso. Ci sono gli irriducibili, alcune migliaia, che non vogliono andarsene dalle loro case affogate, sperano di convincerli togliendo loro acqua e viveri, non si sa se basterà. Ci sono i soldati della 141ª unità di artiglieria della Guardia Nazionale, li hanno fatti rientrare dall'Irak in Louisiana, da dove proviene la maggior parte dei militari di base a Fort Polk. Anche loro sono dei senzatetto adesso, chi vorrà congedarsi potrà tornare, se vorrà, alla vita civile. E poi i poliziotti. Hanno visto più orrori e violenza in una settimana che in una intera vita di lotta alla criminalità. Si sono battuti senza cibo, acqua e veicoli, dormendo tre ore per notte con i piedi sempre bagnati, spesso senza munizioni. Due di loro si sono suicidati. I funerali del sergente Paul Accardo li hanno celebrati ieri. Si è sparato un colpo di pistola in bocca, nella sua macchina, in un parcheggio del centro. Aveva perduto la casa, era sconvolto dal caos, non era più lui. «Qui non ha più senso restare - dicono ora i suoi colleghi col viso stremato - non c'è acqua, non c'è cibo, non c'è elettricità, non c'è lavoro. Non c'è niente: solo il rischio di epidemie».
La vita e la morte si incrociano in due centri. A sud di Baton Rouge c’è un paesino, St. Gabriel, sopravvissuto all’uragano solo per diventare il più grande obitorio d’America dove un team Csi cercherà di dare un nome anche alle ombre. Arriveranno tutte qui le vittime di Katrina e di molti non si saprà cosa fare: «Stiamo tentando di trattarli tutti come esseri umani» spiega Bob Johannessen, portavoce del dipartimento della Sanità. E poco lontano di lì c’è una bimba che ha sfidato e vinto l’uragano. Pesa appena un chilo e mezzo, è nata prematura nove giorni fa, due prima dell’arrivo dell’uragano, ed è la più piccola dei 121 neonati ospitati, quasi tutti in terapia intensiva, quasi tutti orfani, dal Woman's Hospital di Baton Rouge. Non ha ancora un nome. Ma Katrina non le fa paura.