Orrore sul patibolo per i complici di Saddam

Questa volta niente urla né insulti sul patibolo Il governo di Bagdad: «È stato un atto del Signore» Il filmato della loro morte non sarà reso pubblico

Nel grand guignol iracheno l’orrore non è mai abbastanza. I carnefici di Saddam speravano di aver imparato la lezione, ma un destino grottesco ha trasformato anche le esecuzioni dell’ex capo dei servizi segreti Barzan Ibrahim al-Tikriti e dell’ex presidente del tribunale rivoluzionario Awad Hamed al Bander in una nuova giostra del raccapriccio. Forse una corda troppo lunga, forse un corpo consumato dal cancro, forse mille altre ragioni che solo qualche esperto di nodi e forche potrà spiegare con meticolosa e dotta scientificità. Quel che conta, dirà qualcun altro, è il risultato. Terrificante, macabro, imbarazzante. Perché una delle programmate impiccagioni diventa, all’improvviso, una truculenta decapitazione. Perché la testa di Barzam Tikriti segata dal cappio, spiantata dal collo, vola in aria, precipita in una pioggia di sangue, rotola nella botola, si ferma accanto al corpo senza vita del fratellastro di Saddam.
Tutto inizia in una Bagdad avvolta dalle tenebre, nella stessa famigerata sede dei servizi segreti dove il 30 dicembre la forca ha divorato Saddam Hussein. Nella casa della morte, dove in passato sparirono migliaia d’oppositori del dittatore, metton piede alle tre di notte il vecchio capo dei servizi segreti e il giudice. Anche loro come Saddam sono stati condannati a morte lo scorso 5 novembre per l’eliminazione, nel 1982, di 148 sciiti del villaggio di Dujail accusati di aver cospirato contro il tiranno. Il destino dei due si sarebbe già dovuto compiere. Il 30 dicembre erano nell’anticamera della morte. Poi il prolungarsi dell’esecuzione di Saddam e le successive polemiche regalarono loro uno scampolo di vita. Ieri notte la proroga si è conclusa.
Il film dell’esecuzione, mostrato solo ai giornalisti, ritrae due uomini esangui, tremanti. Due vecchietti in tuta arancione sospinti verso il cappio mentre le gambe vacillano e le labbra s’agitano in sussulti incontrollati. La freddezza del rais lascia posto, stavolta, allo sgomento dei gregari, i lazzi dei carnefici e degli astanti diventano un silenzio gelido e profondo. Come il loro capo anche i gregari vorrebbero rifiutare il cappuccio. Il boia mascherato stavolta lo impone. Poi due urla soffocate.
«Sono innocente», grida in un’ultima, estrema menzogna Tikriti, sperando di essere risparmiato. «Non c’è altro Dio all’infuori di Dio», sillaba in un gorgoglio confuso la gola di Bander. Poi lo scattare della botola, i due corpi precipitati nell’abisso, l’improvviso e inatteso orrore. La morsa del cappio si stringe intorno al mento di Tikriti, ma il corpo non si ferma. Continua a scendere mentre il collo si piega, s’allunga, si spezza. Per un attimo gli occhi dei presenti seguono quella testa che schizza sulla corda, si fionda verso l’alto, semina sangue e ribrezzo, ricade con un tonfo sul cadavere monco. Mentre il giudice penzola dal cappio un coro di occhi silenziosi s’abbassa su quel corpo decapitato, su quella pozza di sangue nel recesso della botola.
«È stato un atto del signore», dirà più tardi il consigliere del governo Bassam al Husseini. Ma sembra l’ennesima maledizione. Un’altra cornice di ribrezzo capace, ancora stavolta, di far scordare i crimini dei condannati ridando fiato alle proteste dei nostalgici del regime, ai dubbi degli avvocati e alle proteste dei familiari. «Solo il rancore dei Safavidi poteva arrivare a staccare la testa di un condannato», ulula un nipote di Barzani mentre gli avvocati mettono in dubbio le procedure di un’esecuzione definita perfettamente regolare dai portavoce del governo. «Quello che ci raccontano è impossibile – dichiara dalla Giordania l’avvocato Issam al Ghazzawi - in un’impiccagione il cappio spezza solo le vertebre, non recide la colonna spinale».
Un’altra esecuzione mal riuscita finisce dunque con il gettar ancor più benzina sul fuoco dell’odio che già separa sunniti e sciiti. E le due nuove tombe - scavate accanto a quella del dittatore nel villaggio natale di Awja - sono pronte a diventare un altro luogo di pellegrinaggio per i molti iracheni ancora convinti che l’uccisione del rais e dei suoi collaboratori non sia un atto di giustizia, ma la spietata vendetta dei suoi nemici.