Gli orrori non hanno tessera politica

Ovviamente il sindaco di Piacenza non è solo. Non dovrà pensare lui, spregiudicato come si è mostrato nei confronti della sua città, che io abbia una qualche ragione per individuarlo come destinatario privilegiato delle mie critiche, dure, severe, talvolta - credo - insopportabili. Nonostante la rabbia che mi ha stimolato, non ho nessuna ragione personale di astio nei suoi confronti e non posso dire di riservargli un trattamento di favore, anche se talvolta l’ho indicato come il peggiore sindaco d’Italia. Probabilmente non è vero. Ma i suoi interventi sulla città di Piacenza spesso appaiono insensati, inutili e dannosi. Così le famose rotonde cui forse egli ha indirizzato uno sguardo distratto, ma che oggi anche a lui appaiono brutte e deturpanti. Come ogni cosa di cui non c’è bisogno. Come le incredibili «gocce» volute dal sindaco Guazzaloca a Bologna e giustamente eliminate da Cofferati.
Dunque la questione non è politica, non investe alcuna contrapposizione ideologica. Occorre evitare di aumentare il brutto che invade le città. Esso dilaga ovunque, e sempre per insensatezza di amministratori che presumono di migliorare e di «riqualificare». Nessuno si accontenta di riparare, di mantenere, di pulire. Peggio del sindaco di Piacenza ha fatto Veltroni consentendo e inaugurando, con compiacimento la nuova piazza San Cosimato a Roma: un delitto, irrimediabile e doloroso. Ecco, io provo dolore. Dolore per le città, dolore per lo sciupio di intelligenza e di denaro, senza ragione, senza motivazione, ciò che non era sentito e che non era possibile impedire negli anni Sessanta e negli anni Settanta, e da cui è disceso il vero e proprio sacco d’Italia, oggi trova molte più attente e vigili coscienze; anche se le reazioni sono sempre difficili e di incerto esito. Così non sono bastati ministri, sottosegretari, parlamentari a impedire l’abbattimento del Politeama Garibaldi ad Acqui Terme e la bretella davanti a Villa Serena a Piacenza, per le quali io ho combattuto misurando l’inadeguatezza del potere morale senza la volontà politica. Non c’è stato niente da fare.
Ma ora il paradosso del potere è nella sua contraddizione. Comuni e Regioni lo affermano in antagonismo con lo Stato e, invece di farne osservare le prescrizioni cercano di contraddirle e di smentirle. Accade oggi nella bella Imola nella quale, da sottosegretario, piombai in più occasioni con il valentissimo sovrintendente Elio Garzillo per sventare l’intendimento di più amministrazioni e di qualche parlamentare di smantellare il monumento ai caduti nel centro della piazza, opera pur pregevole e assimilata nel contesto urbano e, soprattutto, la bella pavimentazione di ciottoli per sostituirla con una ridicola pavimentazione disegnata da un architetto pieno di ambizioni e di pretese.
Quell’intervento avrebbe definitivamente dissolto l’aura di quel luogo, come sta purtroppo avvenendo. Infatti il vincolo della piazza, da me raccomandato al sovrintendente, fu indirizzato in modo definitivo con una ingiunzione dell’allora ministro Urbani (tra le poche cose da lui ben fatte, su mia sollecitazione) che superò ogni dubbio invocando una legge appena votata dalla Camera dei deputati (mi pare nel marzo del 2001) sui monumenti ai caduti come tutela della storia e della memoria. Una norma giustissima, perfettamente corrispondente alle indicazioni e raccomandazioni sul sentimento della patria, e sui suoi simboli più volte richiamati dai presidenti della Repubblica Cossiga, Ciampi e oggi Napolitano.
Smontare un monumento ai caduti è un delitto contro la storia e contro la memoria: è uno sfregio. Ciò che si insegna a scuola gli amministratori comunali sconfessano con atti tanto incivili e irriconoscenti verso il sangue dei caduti. Questo accade oggi a Imola. Con la complicità del nuovo governo. La continuità politica (che non è stata efficace nel caso della mostra del Mantegna) tra il governo centrale e l’amministrazione comunale è sembrata un salvacondotto e una copertura per un’azione ignobile che ha sconfessato il decreto voluto da Urbani, dando il via allo smantellamento della piazza. Portato via il monumento tanto deprecato, insultati i morti, si è proceduto a livellare la piazza per rivestirla di una improbabile pavimentazione di cui ho visto, all’epoca, e credo non siano mutati, gli orribili disegni. Un progetto raccapricciante e devastante, senza alcun fondamento storico ed estetico. Una inutile spesa. Un’altra bella piazza d’Italia sfigurata. Perché? Quale voluttà deve aver spinto gli amministratori a perseguire un progetto tanto insolente? E perché i cittadini di Imola devono patirlo senza potersi difendere e salvaguardare la loro bella città? Sembra, oggi, che il Tar abbia ribadito la legittimità dell’ordinanza del ministero e abbia indicato l’illegittimità dell’intervento.
Ma sarà possibile tornare indietro, ricollocare il monumento al suo posto e, soprattutto, la bella e storica pavimentazione risalente agli anni Venti? È possibile che in Italia si sconvolga una piazza quasi centenaria? È possibile. Perché questo sembra un intendimento, anzi è l’intendimento dell’amministrazione comunale di Sondrio che, per un parcheggio, ha manifestato l’intenzione di spostare il monumento a Garibaldi che è al centro della piazza principale esattamente da cento anni. L’aspetto della piazza è, come raramente accade, perfetto e armonioso, proprio in relazione a quel monumento, non si vede nessuna ragione per sconvolgere e turbare quell’armonia. Ma tant’è. Come è accaduto a Imola potrebbe accadere a Sondrio. Ai cittadini resta lo strumento, non sempre efficace, del voto. Perché quando manca il buonsenso, anche in soli cinque anni si possono fare catastrofi. Dispiace che ne sia vittima, oggi, una bella città come Imola.