Orrori partigiani consegnati a un bambino di sette anni

Il testimone: «Nessuno mi ha mai voluto raccontare cosa accadde quella notte, con mia zia non parlo da mesi»

Maria Vittoria Cascino

Certe storie ti seguono a dispetto del tempo. Diventano tarlo e scavano fino alla carne viva. Fino a farti gridare il dolore buttato in una delle tante foibe di cui hai smarrito la traccia. Fino a smontare il paravento di cartone che ha radici di cemento armato. A Vittorio Baretto sono bastate nove parole su «Il sangue dei vinti» di Pansa. È bastato leggere di «una coppia di Masone soppressa in strada di notte». Il resto è venuto da sé. Chiama Pansa per dirgli che sono i suoi nonni quelli ammazzati. Che sono Vittorio e Alma Baretto, albergatori.
Una storia che parte da lontano e scorre silenziosa attraverso le generazioni. Aspra, dolente, senza voce. Ma terribile. In «Sconosciuto '45» Pansa la fa raccontare al nipote Vittorio. Ma tu vuoi saperne di più. Vuoi sapere cos'è successo dopo. Come ci vivi con quel passato. Se il lutto lo elabori o ti fai divorare. Perché mica finisce tutto con una pallottola in testa. Fosse così semplice. Vittorio Baretto ha 50 anni, è un uomo di successo, vive a Ovada, ma Masone gli scorre nelle vene. Ti dice che ha sempre cercato di rimuovere quella storia che gli hanno consegnato quando aveva appena sette anni. «Nel '61 mia madre mi porta al funerale del sindaco che si insediò a Masone dopo la Liberazione. La folla rossa di bandiere si apre al nostro passaggio. Eravamo fascisti per loro. Cosa ci facevamo a quelle esequie? Torniamo a casa. Ci stanno aspettando papà e gli zii. Un colpo di teatro, la scena è allestita per mettermi a parte di un dramma che covava da anni nel silenzio».
Gli dicono che alle due del 26 aprile 1945 «una squadraccia partigiana foresta piomba in casa dei nonni. C'è anche zia Eleonora, “Nora”, di 25 anni. Li trascinano fuori e li portano all'albergo Simone, nel centro del paese, dove ci sono altri prigionieri. Poi sparano ai nonni e li lasciano sulla piazza perché tutti vedano». Gli dicono l'essenziale. Gli parlano d'un delitto efferato che gli s'incastra dentro come un morbo e Vittorio ci mette quarant'anni a farsene una ragione. «Fino all'età di 16 anni vivo a Masone. Mia madre portava avanti l'albergo dei nonni, io cercavo di raccogliere dettagli su quella notte, ma nessuno sapeva nulla. A scuola mi scartavano perché ero un diverso, un po' per quell'episodio, un po' perché vivevo agiatamente». Prosegue gli studi a Genova, ma anche qui quel cognome è scomodo. «Dicevano che ero un fascista, e nessuno s'è mai chiesto se lo fossi veramente».
Per anni condivide quel ricordo solo con le persone vicine, con chi ne capiva il carico emotivo, lontano dalla politica. Intanto fiuta, legge le mezze parole, cerca documenti. Da zia Nora, che lo ha cresciuto, cava poche cose. Trova la lettera del padre Attilio che, prigioniero di guerra negli Stati Uniti, il 2 luglio 1945, chiedeva ai genitori «che c'era di nuovo a Masone». Poi un'altra del 2 agosto, stesso tenore, indirizzata a Nora. Ma tutto s'era già consumato. «Quella notte Nora fu risparmiata. Non so se ci fu un processo. So solo che un prete confessò i nonni e i partigiani gli spararono in faccia. La nonna era irriconoscibile, col nonno avevano fatto un lavoro migliore, il proiettile gli aveva solo forato il cranio». I corpi restano sulla piazza fino al giorno successivo. «Il nonno cercò di comprare la libertà. Non era ricco, aveva tre figli prigionieri all'estero, ma aveva qualche disponibilità. Forse è riuscito a salvare Nora. Pare che per lei avessero inscenato una finta fucilazione: scavano una fossa e sparano a salve, mentre lei si allontana su un'auto».
Nora è andata via, ma nessuno sa niente. «Il sindaco di Masone, nell'agosto del '45, chiede che fine abbia fatto Nora. Scrive una lettera ai carabinieri di Campo Ligure, chiede d'investigare. Ma perché lo fa mesi dopo?» I tre figli maschi, Attilio, Giulio e Sergio, tornano dai campi di prigionia e trovano il niente. Ricominciano da zero e appena possono lasciano Masone. «Sergio e Giulio non avevano più amore per il paese, solo mio padre è rimasto. Io fui cresciuto da Nora, ma da lei non seppi mai nulla». Questa storia Vittorio l'ha messa insieme dannandosi l'anima, ma «manca il movente dell'assassinio. Nessuno ufficialmente l'ha mai cercato. Dai verbali compilati dal sindaco il 27 aprile, risultano fucilati in causa di spionaggio e intelligenza col nemico. Due persone anziane che, con l'albergo, avranno pure dato da mangiare ai tedeschi. E come facevi a non dargliene?».
Vittorio pensa che forse da loro volevano soldi, che i Baretto non hanno tirato fuori. «Forse serviva per terrorizzare qualcuno e farsi pagare. O paghi o t'ammazziamo come loro. Ma perché tanta fretta di eliminarli?». Restano interrogativi pesanti inghiottiti dal nulla. Resta Nora, 85 anni, che non parla più con Vittorio da febbraio. Perché questa non gliela doveva fare, raccontare una storia che tutti hanno voluto seppellire. Cosa è successo nella notte tra il 25 e il 26 aprile si può solo raccontare a palmi. Perché a volte ci sono fatti che un consesso umano può decidere di dimenticare. E ci sono uomini per cui questa logica diventa un tomba. E c'è un bambino che a sette anni s'è visto consegnare una tragedia che gli s'è piantata nel cuore, una storia per cui qualcuno chiedeva giustizia. Lo ha fatto quarant'anni dopo, raccontandola tutta fino a piangerne.
«Solo adesso sento d'avere assolto il mio incarico. Anche se su quella piazza dove sono stati uccisi vorrei mettere una targhetta, solo pochi centimetri, sui cui leggere il nome dei nonni». È finita adesso? Vittorio non lo sa. Quanto dolore è passato intatto da un figlio all'altro. Quel dolore che Vittorio ha lasciato cadere nelle parole scritte e pronunciate. Solo per amore.