Orsini il prigioniero si specchia nell’azzurro del cielo

Con la regia di Elio De Capitani una lettura di rara sensibilità della «Ballata del carcere di Reading» di Oscar Wilde

Tra teatro e poesia i rapporti sono molteplici fin dai tempi degli aedi che intonavano sulla cetra lo strazio che delle membra di Ettore fece Achille furente nei grandi versi di Omero. E non occorre ricordare che a ragione si è sempre definito poeta prima ancora che drammaturgo l'autore di Amleto e di Sogno di una notte d'estate. Per non affrontare l'argomento princeps, cui in questa sede basti accennare, della romantica attrazione esercitata nei confronti dell'esteta, immerso nella solitaria meditazione del mondo che ricrea sul foglio nel veemente delirio della parola, da parte dell'universo esterno dove i suoi simili amano e muoiono sorretti dalla forza nervosa del dialogo. Un impulso che ha sempre spinto il poeta ad uscire all'aperto, forzando le porte del suo habitat, per impadronirsi almeno sulla carta di quell'eloquio sferzante che è il suono rumoroso della vita. Tramutando il proprio canto solitario in ilare o tragico strumento di comunicazione: in una parola in teatro. E chi se non l'attore, cui sulla scena è richiesta la massima amplificazione del suono è l'ideale referente di questo gioco complesso e affascinante?
Ora Umberto Orsini, diversamente da chi su questa strada l'ha preceduto declamando Dante o reinventando D'Annunzio, ha scelto per la sua nuova performance l'Oscar Wilde appassionato e dolente della Ballata del carcere di Reading. L'opera in cui il poeta prigioniero contempla desolato e impotente l'altro da sé prigioniero nella cella accanto alla sua che, per aver soppresso il suo amore in un empito d'ira, l'indomani sarà impiccato dopo aver solo fissato attraverso l'inaccessibile spiraglio di una feritoia quel «pezzetto di azzurro che in prigione si chiama cielo». Nessun accenno in questo lungo poema il prigioniero fa della sua condizione di esule dal mondo per aver amato «la cosa che non si deve amare», come un tempo veniva definita l'attrazione omoerotica. Del suo strazio privato la poesia di Wilde non reca traccia se non per interposta persona quando si specchia, perduta, nel riflesso che si scontra fuggevole col suo sguardo.
E che Orsini, con rara sensibilità e asciutto rigore antiaccademico espone con icastica semplicità diffondendo in un mirabile controcanto la musica dolorosa e lieve delle parole.

BALLATA DEL CARCERE DI READING - di Oscar Wilde Regia di Elio De Capitani, con Umberto Orsini. ERT, Emilia Romagna Teatro.