Un Orso d’oro ipocrita premia l’Iran (e snobba lo Shakespeare di Fiennes)

Verdetto politicamente corretto del Festival presieduto dalla Rossellini. Il solito buonismo incorona il mediocre film di Ashgar Farhadi <br />

da Berlino Di encomi giusti per ragioni sbagliate è piena la storia dei festival. Presieduta da Isabella Rossellini, la giuria della LXI Berlinale ha dunque creduto di raddrizzare i torti del mondo con tributi morali. Ma aver premiato oltre misura - Orso d’oro e due orsi d’argento per il complesso degli interpreti, il maschile e il femminile - il film iraniano Una separazione di Ashgar Farhadi (di cui in Italia è circolato About Elly), gli offre visibilità per farne un simbolo d’opposizione alla maggioranza nel suo Paese. Il che è uno stratagemma politico, non un atto democratico. Del resto il gesto era prevedibile, visto che il regista iraniano Jafar Panahi figurava in giuria a Berlino, ma era in galera a Teheran.

Un affronto che andava punito in qualche modo, ma un modo che conferma come l’estetica sia ancella della politica: aver aggiunto al legittimo Orso d’oro quelli d’argento al complesso degli attori e delle attrici di Una separazione ha comportato negare ad altri attori, di altri film, ciò che meritavano.
Inoltre la giuria della Rossellini ha dato l’Orso d’argento al Cavallo di Torino di Béla Tarr, centrato sul carrettiere e sulla figlia del carrettiere proprietari del cavallo abbracciato a Torino, per strada, da Nietzsche nel 1889. Il filosofo è citato solo in una didascalia: il resto sono cupe scene di quotidianità rurale nella puzsta, dove tira un inestinguibile vento, perché Béla Tarr è ungherese. Interni ed esterni sono ripresi in interminabili piani sequenza, fotografati in bianco e nero per circa tre ore…

Che cosa resta allora di interessante della LXI Berlinale? I film che la giuria non ha considerato, forse anche per motivi ideologici, come Coriolanus, di e con Ralph Fiennes, shakespeariana invettiva contro i regimi assembleari, specie se influenzati da idee egualitarie. La conferma di quanto Shakespeare avesse ragione viene dal verdetto: una giuria non è anch’essa un’assemblea? Punire un film come questo perché l’interpretano attori affermati che non hanno bisogno di ulteriore gloria dice la miseria di chi ragiona così.

Il resto è stato secondo previsioni. Il premio di Paola Markovic ha avuto il riconoscimento che, in quasi ogni festival, spetta a chi evoca l’Argentina dei generali, specie se la regista è una giovane donna che racconta la sua storia difficile in quegli anni. Chi, se non noi? di Andreas Veiel, bel film anche per il pubblico, ha invece «coperto» lo spazio che la Berlinale offre a chi ricostruisce storia o antefatti (in questo caso) della Rote Armee Fraktion. Il perdono del sangue di Joshua Marston, coproduzione italiana a sfondo albanese, racconta infine il destino di chi nasce in una cultura tradizionale, come quella delle campagne albanesi. Antropologia, più che cinema.