Ortodossi, armeni ed ebrei unanimi: viaggio necessario

Il Patriarcato: «La visita ha un significato speciale, continua l’avvicinamento tra le nostre Chiese»

Marta Ottaviani

da Istanbul

Il viaggio del Papa? Necessario. Per il dialogo interreligioso e la Turchia stessa. È il parere unanime delle principali minoranze religiose di Istanbul, circa 100mila persone a fronte di oltre 11 milioni di musulmani. Preziose tessere all’interno di quello straodinario mosaico che è la Istanbul del Terzo millennio. Cristiano-ortodossi, armeni ed ebrei vedono nella visita del Pontefice un’opportunità irrinunciabile.
«Attendiamo con grande speranza l’arrivo del Pontefice - ha spiegato al Giornale l’arcivescovo Demetrio, portavoce del Patriarca Bartolomeo I -, per noi ortodossi il suo viaggio ha un significato speciale perché continua quell’avvicinamento fra le nostre Chiese avviato ai tempi del pontificato di Giovanni Paolo II. Crediamo che Benedetto XVI, dopo le difficoltà iniziali, raccoglierà grandi frutti da questa esperienza». L’arcivescovo Demetrio ha anche parlato della condizione in cui vivono gli ortodossi a Istanbul e delle trattative in corso con il governo. «Nella vita di tutti i giorni non ci sono problemi. I nazionalisti ci sono, ma la maggior parte della popolazione di Istanbul è tollerante e pronta al confronto. Questo aspetto bisogna sottolinearlo con forza. Con il governo abbiamo buoni rapporti. Ma esistono alcune questioni da affrontare davanti alle quali il Patriarcato non intende arretrare: l’uso dell’aggettivo ecumenico, la restituzione delle proprietà confiscate alle minoranze religiose negli anni ’70 e la riapertura della scuola teologica sull’isola di Heybeliada. Due settimane fa il Parlamento turco ha votato una legge molto importante per restituire alle minoranze religiose alcune loro proprietà, ma deve essere solo il primo passo. E poi c’è la questione della scuola ortodossa, che è stata chiusa nel 1971. Per noi la sua riapertura è fondamentale per formare nuove generazioni di uomini di chiesa. Il premier Erdogan negli ultimi tempi ha dato segnali positivi. Aspettiamo fiduciosi». Un rapporto, quello con la Turchia, che per la religione greco-ortodossa è sempre stato più difficile rispetto alle altre confessioni. «La sensazione - continua l’arcivescovo - è che la nostra religione venga immediatamente ricollegata alla Grecia da una parte e al passato dall’altra. Molte volte abbiamo l’impressione di essere trattati come un’entità estranea, mentre siamo radicati nel tessuto di questa città da secoli. I cartelli che si sono visti durante la manifestazione del Saadet Partisi, riferiti alla caduta di Costantinopoli, mettono in luce un fenomeno significativo. Quello che per il mondo occidentale è un fatto storico di oltre 500 anni fa, per loro è un avvenimento di un’attualità incredibile. Ogni tanto mi sembra che la città l’abbiano conquistata ieri. Forse esiste una minoranza che vede nel ricordo dell’antica Costantinopoli una minaccia».
Grandi speranze anche da parte del Patriarcato armeno. «La visita del Santo Padre - ha detto Luiz Bakar, portavoce del Patriarca armeno Mesrob II - arriva in un momento molto delicato per la comunità internazionale. Siamo convinti del fatto che, se dopo il discorso di Ratisbona il Pontefice abbia voluto lo stesso intraprendere questo viaggio, è il segno tangibile di quanto Benedetto XVI tenga in grande conto la Turchia e il dialogo con l’Islam». Con circa 70mila fedeli, 17 scuole e 40 chiese nella sola Istanbul, gli armeni sono la confessione religiosa più numerosa della megalopoli sul Bosforo, ovviamente dopo quella musulmana. Un rapporto sereno con la gente, nonostante le polemiche sul mancato riconoscimento del genocidio del 1915. «Nel quartiere di Kumkapi, dove si trova il nostro Patriarcato - afferma Bakar - non abbiamo mai ricevuto pressioni di alcun tipo. E poi noi ci consideriamo turchi a tutti gli effetti, anche se di una religione diversa». E l’utilità del viaggio di Papa Ratzinger viene sottolineata con forza anche dalla Comunità ebraica di Istanbul, che nel 2003 perse 16 fedeli a causa degli attentati di Al Qaida ma che oggi guarda con ottimismo al futuro. «Benedetto XVI è un grande leader - ha detto al Giornale Lina Filiba, vicepresidente della Comunità -. Siamo certi che il suo viaggio sarà un successo, una scoperta da entrambe le parti. La sua visita può aiutare la Turchia ad aprirsi maggiormente verso l’Europa. Il Paese sta cambiando rapidamente. Il clima generale è buono, ma bisogna stare attenti affinché le minoranze di fanatici, aiutate da certa stampa, non prendano il sopravvento».