Ortomercato, furti e caporalato I vigili: «Controlli? Siamo pochi»

Ortomercato, per scaricare un camion servono un muletto e otto braccia robuste. Un’oretta o poco più di lavoro alle tre del mattino, mentre i Tir conquistano la pole position dai viali di Ponente e di Levante. Montagna di verdura scaricata anche da clandestini. Sorpresa? No, è la regola al 54 di via Lombroso.
«C’è un sacco di gente che lavora senza essere in regola» confida un camionista. Risultato? Le risse sono companatico dei facchini per portarsi a casa poco meno di cinquanta euro. Controlli? «Scherziamo: dalle due-tre di notte fino al mattino ognuno fa quello che vuole», sostiene Salvatore Fuccio, grossista, che all’Ortomercato ha trascorso quarantacinque anni su sessantaquattro. Zero controlli. «I vigili non si vedono» è il leit motiv dei commercianti all’ingrosso che Roberto Miglio, Rsu della polizia municipale, conferma: «Ad affrontare la criminalità che opera all’interno della struttura mercatale sono appena quattordici ghisa. Quattordici per controllare 890mila metri quadrati».
Già, l’area dell’Ortomercato è immensa ed ogni giorno entrano ed escono novemila persone: chiaro che il vigilante alla guardiola fa quello che può, anche per evitare di essere malmenato dagli stessi clandestini che scaricano i camion. Episodio accaduto in primavera e che in una notte di giugno è stato replicato con una zuffa tra sette irregolari e tre italiani muniti di pass d’ingresso nominativo. Ah, dettaglio, tre degli irregolari - ricordano i ghisa - lavoravano in una ditta dell’Ortomercato: sì, impiegati per un’azienda che, annualmente, presenta regolare certificato antimafia. «Lo chiedono ogni anno, ma tutti sanno che qui opera gente appena uscita da San Vittore».
Fotografia che fa a pugni con la versione ufficiale di Sogemi. Fermo immagine di un suk piuttosto che di mega ingrosso di frutta e verdura. Immagine di una situazione esplosiva, di un inferno fatto pure di lavoro nero, caporalato e furti ma anche di minacce. Le ultime? Quelle a un sindacalista Cgil colpevole di avere «organizzato» uno sciopero di protesta nei quattro padiglioni di via Lombroso. Minacce di morte firmate da chi offre tredici euro all’ora per lo scarico delle merci ma ne trattiene sei per «il suo lavoro». Differenza che va al caporale, anzi ad un’impresa che si divide con una cooperativa il racket delle braccia.
Storie raccolte girando per la struttura, le stesse che gli operatori per bene hanno messo nero su bianco all’ispettorato del lavoro già da un anno. Ma la legalità continua a non essere di casa: «C’è pure il racket dei bancali. Là, nella zona delle celle frigorifere». Pile di bancali accatastate che marocchini sottraggono e rivendono poi ai legittimi proprietari, ai grossisti, in cambio di cinquanta centesimi l’uno. Il tutto alla luce del sole, come quelli che per evitare i quattro ingressi sorvegliati scavalcano le cancellate.
Ai regolari non resta che raccogliere le firme, lì su un tavolino all’Autogrill interno. «Firme per stoppare gli abusivi che lavorano in nero, le buste paga irregolari e per tentare di andare avanti». Speranza in una terra di nessuno, dove c’era chi aveva persino aperto un night. Ah, lì non c’era manodopera in nero.