Oscar, cambia la commissione italiana Sono in 14, spuntano Ferretti e Ozpetek

Dopo le polemiche del 2005 sul titolo da presentare all’Academy, ora l’Anica cambia tutto. Il presidente Ferrari: «Sarà un metodo all’insegna della trasparenza»

Michele Anselmi

da Roma

Magari ha ragione Michele Placido. Da giurato veneziano s'è battuto come un leone per dare un premio al bel film di Crialese, e adesso se lo ritroverà come «miglior nemico» nella corsa per l'Oscar. È quasi certo, infatti, che Romanzo criminale se la vedrà con Nuovomondo, e tutti e due con La stella che non c'è di Gianni Amelio e Il Caimano di Nanni Moretti. Salvo sorprese, sono questi i quattro titoli importanti sui quali, il 28 e il 29 settembre, la commissione chiamata a designare il candidato da sottoporre all'Academy Awards dovrà pronunciarsi: se poi finirà nella cinquina riservata al miglior film straniero è un altro discorso. Non dipende da noi.
L'anno scorso alla fine la spuntò La bestia nel cuore, dopo una falsa partenza di cui molto si discusse: gli americani rispedirono al mittente Private, perché girato in inglese, arabo, ebraico e non in italiano. Il regolamento nel frattempo è cambiato, facendosi più flessibile in materia di lingua nazionale, ma vedrete che, di nuovo, gli animi si scalderanno in prossimità della scelta. Anche se stavolta l'Anica, che è un po' la Confindustria del cinema, si augura di scongiurare le polemiche del 2005. Quando Roberto Faenza insorse così: «Mi sembra molto di più di un conflitto di interessi, è concorrenza sleale. Spero che la Guardia di Finanza faccia delle intercettazioni, come nei concorsi universitari, per scoprire veramente il marcio che s'annida in una commissione così composta», tuonò il cineasta, e ne nacque un putiferio. Faenza esagerava, pure nei toni. Ma siccome l'Academy è tradizionalmente sensibile alle questioni di metodo, specie se finiscono sui giornali, il patron Aurelio De Laurentiis s'è attrezzato per evitare ulteriori veleni e sospetti. Perché si sa: appena gli americani sentono puzza di bruciato, cassano il film.
Ecco, allora, una commissione nuova di zecca, o quasi. Formata da quattordici membri, così suddivisi per categorie: quattro legati all'Api (Autori e produttori indipendenti), cioè Lionello Cerri, Sandro Silvestri, Andrea Occhipinti e Rosanna Seregni; quattro legati all'Anica, cioè Alessandro Fracassi, Pietro Innocenzi, Tilde Corsi e Roberto Di Girolamo; sei esperti, tre dei quali «oscarizzati», cioè lo scenografo Dante Ferretti, il direttore della fotografia Vittorio Storaro, la costumista Gabriella Pescucci, più il regista Ferzan Ozpetek e i critici Paolo D'Agostini e Valerio Caprara. Al consesso si aggiungerà un rappresentante del ministero ai Beni culturali, forse Gaetano Blandini, avendo Rutelli promesso un contributo di 150 mila euro.
Paolo Ferrari, nuovo presidente dell'Anica, garantisce «un metodo all'insegna della trasparenza», e nel farlo sottolinea l'assenza di quei produttori (Raicinema, Medusa, Cattleya, Barbagallo...) legati ai film probabilmente in lizza. Eppure, anche tra i commissari, c'è chi continua a rimpiangere il vecchio sistema, in vigore fino al 2004, quando a decidere democraticamente erano i mille e passa giurati del Premio David di Donatello.