Oscure visioni da Mexico City

Una fotografia intensa nel solco dell'impegno che Pablo Ortiz Monasterio vuole tracciare come riflessione sulla condizione umana, evidenziando anche fattori civili e sociali. «L'ultima città» (fino al 3 gennaio al Centro Culturale di via Zebedia 2 -angolo Missori, catalogo CMC, pagg, 110, 28 euro) è il titolo della mostra e del catalogo che accompagna l'esposizione dei ritratti e dei luoghi in bianco e nero della città più popolata del mondo, sopravvissuta al terremoto del 1985, dove vivono 20 milioni di persone e dove si intrecciano problemi di sviluppo e di arretratezza. Stiamo parlando di Città del Messico, dove la modernità, per arrivare, dovrebbe prima di tutto superare la cortina di smog e di inquinamento più alta del mondo. L'artista la mostra sotto tutti i suoi aspetti, con gli occhi attenti e disincantati di un innamorato severo, che pur indagando cerca di puntare il dito su qualche cosa che è convinto si possa cambiare, se solo il mondo se ne occupasse un po'. «L'ultima città», completa la trilogia de «I quaderni del CMC» sul tema della città, raccontata attraverso la vita di chi la abita e la vive giorno dopo giorno, nonché attraverso il confronto di tre continenti, ma tenendo sempre la bussola puntata sull'essere umano.
In occasione dei 200 anni dell'indipendenza messicana e dei 100 anni della rivoluzione di questo Paese, il direttore del centro Culturale di Milano, Camillo Fornasieri, ha scritto una prefazione al volume che chiude il trittico su città in incessante evoluzione come New York, Milano e, appunto, Città del Messico che hanno in comune la necessità del rapporto tra gli individui, la collettività, il proprio vivere e l'ambiente e il sentire della comunità ricca di storia. «L'approccio forte di Ortiz su questa megalopoli offre ogni tipo di contrasto tra il passato che l'ha caricata di problemi irrisolti e di ingiustizie sociali e un futuro che sembra aprire una porta sulla modernità». Immagini tassativamente in bianco e nero, che inducono a pensare e che cercano di rivalutare la tradizione di un popolo che conosce la violenza ma è sempre in cerca della pace. «Le immagini di questa esposizione - scrive Fornasieri- mi inducono a pensare che il punto di partenza per la costruzione quotidiana del futuro passi da una rivalutazione della nostra esperienza».