Ospedale militare chiuso da mesi continua a pagare 175 stipendi

Bari, per la stessa struttura la Difesa aveva già sprecato 2 milioni di euro per una cucina mai usata

da Bari

La struttura è imponente, un palazzone che troneggia in corso Alcide De Gasperi, una lunga strada punteggiata dagli alberi che porta fuori città e alle villone dei vip baresi, non molto distante dall’esclusivo Circolo Tennis. Il fatto è che proprio quell’edificio, l’ospedale militare Bonomo che porta sulla facciata la data 1936, è stato trasformato in un contenitore vuoto: un decreto del ministero della Difesa che risale al 31 dicembre 2006 ha infatti disposto la «soppressione di fatto», come recita il burocratichese di stampo militare, Tuttavia in realtà il contenitore non è che sia vuoto del tutto perché all’interno ci sono 175 dipendenti: si tratta di ufficiali, sottufficiali e personale civile, ovviamente regolarmente retribuiti. I quali, in attesa di essere smistati in altre sedi, rimangono dove sono. E cioè nell’ospedale militare chiuso, anzi «di fatto soppresso», dove solo uno sparuto nucleo si occupa del cosiddetto «stralcio», vale dire sbriga le pratiche necessarie all’ordinaria amministrazione: acqua, luce, gas, pulizia e manutenzione in genere. Gli altri invece aspettano nuovi spostamenti.
Il caso del Bonomo si trascina avanti da tempo, mesi scanditi da aspre polemiche. La decisione di fare a meno della struttura ha infatti suscitato non poche perplessità. E non poteva essere altrimenti, visto che l’ospedale è sempre stato un punto di riferimento per le forze armate. E non solo in Puglia, una regione strategica sullo scenario internazionale perché di fatto si rivela un’avanguardia preziosa verso la delicata area balcanica, dove i militari sono stati ripetutamente impegnati. Fatto sta che la decisione è stata presa, il decreto è stato firmato, l’ospedale è stato soppresso. Ed è stata di colpo spazzata via un’esperienza ultradecennale. Certo, le proteste ci sono state: agitazioni sindacali, manifestazioni. Tutto inutile. E così adesso si accavallano i disagi: il personale destinato alle missioni all’estero è costretto a raggiungere Roma, come accade ad esempio per gli esami previsti dal protocollo Mandelli per fronteggiare il rischio dell’uranio impoverito. Lo stesso discorso vale per le altre visite preventive e per il rilascio delle idoneità. «I soldati – dichiara Tommaso Genchi, della Cgil funzione pubblica – sono costretti a un vero e proprio pellegrinaggio, vanno da una parte all’altra anche se a Bari ci sono delle strutture che potrebbero essere valorizzate e utilizzate in modo adeguato». Tanto più che gran parte degli esami vengono affidati a laboratori esterni. «Lo Stato – prosegue Genchi – paga per queste strutture convenzionate e non usa quelle che già sono a disposizione». Insomma, ai disagi si aggiungono gli sprechi. Del resto, quella del Bonomo è una lunga storia di denaro sperperato: come le cucine realizzate sette anni fa per la cifra di 4 miliardi e 800 milioni di vecchie lire, ma utilizzate poco o niente; oppure come i soldi investiti per svariate ristrutturazioni che alla fin fine si sono rivelate inutili visto che l’ospedale è stato chiuso. Il sindacato dal primo momento si è opposto a questa decisione, ma il governo non ha tenuto delle obiezioni sollevate. «È stata una scelta unilaterale», dichiara ancora Genchi. E così il 31 dicembre 2006 è arrivato il decreto ministeriale e un drappello di otto ufficiali medici è stato trasferito nella sottosezione sanitaria del dipartimento di medicina legale dell’aeroporto di Palese. Gli altri invece sono rimasti al Bonomo: sessanta civili, quindici sottufficiali e cento ufficiali. Tutti in quel contenitore vuoto in attesa di eventi.
La prossima mossa dovrebbe essere il passaggio in una struttura sanitaria nel centro di Bari, ma il trasferimento è previsto solo nel 2012.