Ospedali: pericolosi squilibri nella distribuzione dei tagli

L’affanno che anima queste ultime settimane di governo Marrazzo sta confermando il dilettantismo con il quale per cinque anni il centrosinistra ha governato la Regione. Un dilettantismo che fa rima con pressappochismo e che denota quella mancanza di competenza che è agli occhi di tutti: l’incapacità a risolvere l’intrico strutturale della politica sanitaria. Nelle ultime settimane è solo un proliferare di annunci propagandistici che non convincono nessuno: si rimarca periodicamente sulla riconversione del San Giacomo, sull’imminente apertura di mille posti letto nelle residenze sanitarie per anziani e per finire ieri il reggente Montino ha riannunciato il progetto per il Policlinico dei Castelli Romani.
Contraddizioni della politica elettorale. Quando, per cinque anni i cittadini del Lazio hanno assistito alla chiusura indiscriminata di ospedali grandi e piccoli, all’accorpamento disordinato dei reparti specialistici nei centri d’eccellenza, all’imposizione di tasse e ticket poderosi su farmaceutica e diagnostica e, non ultimo alla riduzione forzata dei posti letto in tutte le aziende sanitarie. Chiusure e tagli motivati solo in base a precisi criteri politici piuttosto che ritagliati su criteri tecnici e debite competenze. Già, infatti a forza di chiudere i posti letto il Lazio si ritrova, in certe zone, irrimediabilmente al di sotto degli standard dettati dal consesso ministeriale (ossia 3,3 posti letto ogni mille abitanti).
È l’ultima rilevazione del Nsis (il Nuovo sistema informativo del ministero della Salute) che delinea una situazione disarmante. Intere province e distretti sanitari dove la presenza dei posti letto per acuti (gergo tecnico che serve a individuare una malattia in fase critica) è di 0,8 ogni 1.000 abitanti (Asl Roma F), ma anche di 1,5 (Asl Roma G) o meglio di 1,9 (Asl Roma B). Percentuali da comparare a tutte le altre Asl che stanno comunque tra i 2,3 e i 3,3 tranne la Asl Roma A dove l’indice è di 5,6 e l’Asl Roma E con 9,5. Ma se non fosse appunto per l’esubero circoscritto di questi due territori la Regione dovrebbe andare a elemosinare i posti fuori dai propri confini.
«Tutti gli ospedali sono ridotti a corsie piene di barelle, dal pronto soccorso ai reparti è una processione». È l’accusa pungente della Cimo, la Confederazioni dei medici ospedalieri, che ha messo a punto indicazioni essenziali per un ammodernamento del sistema sanitario regionale. «Appare evidente la forte carenza di posti letto per acuti a carico di certi territori oltre alla carenza altrettanto discreta a carico delle 4 province extrametropolitane ed è per questo che - punta il dito il segretario Giuseppe Lavra - l’evidenza sottolinea la necessità di costruire nuovi ospedali oltre a quelli già programmati in zone che ormai costituiscono l’altro fulcro della vita economica della capitale. L’accenno chiaro è a Guidonia seconda città laziale che non ha un ospedale proprio». Così altrettanto andranno costruite strutture per ospitare malati dopo la fase acuta. «Servono almeno altri 7.000 posti di residenze sanitarie - prosegue Lavra -. È chiaro che il malato dopo la fase acuta deve essere assistito in un letto che non è quello ospedaliero. Sono anni che abbiamo a che fare con queste problematiche ma l’istituzione regionale non s’è assolutamente curata di superare l’impasse». Sta a vedere che si dovranno riaprire quegli stessi ospedali chiusi negli ultimi due anni, scorporare i reparti e riattivare i posti letto tagliati.