Un’ossessione artistica chiamata Rodin

L’artista parigina propone una serie di statuine di donne in pietra, terracotta, bronzo e marmo

Durante il Medioevo facevano parte della stessa corporazione dei sellai e dei fabbri; nel 1404 gli orefici romani e pontifici decisero di separarsi ed entrare nella rosa degli artisti veri con un’autonoma confraternita; circa un secolo più tardi, nel 1509, fondarono una propria università. Ne ottennero la sede in via Giulia, dove Giulio II concesse loro l’autorizzazione a costruire una chiesa intitolata a S. Eligio. Alla fine dell’Ottocento si scoprì che la chiesa era stata progettata nel 1513 da Raffaello, un anno prima di diventare architetto di San Pietro, secondo una concezione bramantesca di pianta centrale. Oggi il Nobil Collegio degli orafi ed argentieri di Roma è sede di un istituto di formazione e di un raro archivio storico di corporazione. Ed è passando davanti ad una delle sale del Collegio, aperta su via Giulia, che si scorge in questi giorni un’infilata di sculturine su alti piedistalli: sono quasi tutte piccole statue di donne, di bronzo, di pietra, di terracotta, modellate con dovizia da cesellatore. Si tratta delle varie versioni del «volto nascosto dell’ombra» secondo l’artista, il parigino Patrick Renauld, attento ai suggerimenti culturali dei molti luoghi visitati nel corso della sua vita, soprattutto ai diversi materiali della scultura: dal legno austero alla plasmabile argilla; dal più solenne bronzo, «scoperto» in Libano per merito di un artista armeno, alla pietra intesa michelangiolescamente come guscio che nasconde la forma da svelare. Alcune influenze sono forti fino alla citazione, come nel caso di Auguste Rodin, la cui Danae in marmo del 1889, straordinaria figura racchiusa nella curva della schiena emergente dal marmo grezzo, sembra ispirare Renauld quando parla del passaggio dall’idea all’abbozzo sulla materia, della costruzione del movimento a partire dal dorso.