Ostaggio di serie B

Chissà: forse è la barba che non piace. Oppure è il fatto che nonostante quella barba lì, che fa molto sessantottino, non si è mai fatto assumere al manifesto. Forse perché viene dalla Puglia contadina e non dai circoli bene della borghesia romana. O forse perché non porta con sufficiente eleganza la pashmina e dunque non farebbe bella figura nei salotti radical chic. Figurarsi al Campidoglio con Veltroni.
Forse è per tutto questo o forse per altro ancora: il fatto è che di Gabriele Torsello non si occupa nessuno. Fateci caso: l’hanno rapito da una settimana, domani (domenica) scade l’ultimatum che potrebbe costargli la vita. Eppure tutto accade nel silenzio generale. Nessuno che scenda in piazza, nessuna fiaccolata, nessuna manifestazione. Poche righe sui giornali, disinteresse totale. I rapitori fanno le loro richieste. Il governo alza le spalle. Liberare il convertito afghano? Non si può, naturalmente. Ritirare le truppe italiane? È chiaro: non si fa. E allora? Boh, ma, embeh. Chissenefrega. In fondo saranno anche un po’ fatti suoi.
Ma certo, fatti suoi. Cosa c’è andato a fare Torsello in Afghanistan? Non sapeva che era rischioso? Come no: lo sapeva. Ma lo sapeva anche Giuliana Sgrena, quando andò in Irak. E lo sapevano le due Simone, allegre vispe terese dell’arcobaleno internazionale, quando si fecero rapire mentre giocavano al pacifismo coi terroristi. Eppure ricordate che cosa successe allora? Oceaniche adunate di piazza, tutti i leader del centrosinistra schierati a Roma con 500mila persone, pubblicazioni di foto, comitati riuniti in seduta permanente effettiva, appelli, contrappelli, striscioni appesi al Campidoglio, marce, contromarce, bandiere sventolate, carovane della pace, accensione di lumini, torce, fiaccole, falò e fari per la diretta televisiva, illuminazione costante, fisica e metaforica, delle vicende in corso. Il compagno della Sgrena, tanto per dire, ha collezionato in pochi giorni più ore tv di Pippo Baudo.
Parola d’ordine: non lasciamoli mai soli. E costante pressione sul governo in carica, che guarda caso era quello di Berlusconi. Non passava minuto che qualcuno non chiedesse conto: cosa si sta facendo per i rapiti? Che si fa per la Sgrena? E per le due Simone? Ora manco uno che chieda «che si fa per Torsello». In tutta la giornata di ieri abbiamo contato non più di dieci agenzie di stampa dedicate al caso, comprese però anche quelle ripetute e riepilogative. Nemmeno l’intervento di un deputato, nemmeno un’interrogazione o un’interpellanza parlamentare. Niente di niente. Davvero un po’ troppo poco a meno di quarantott’ore dallo scadere del countdown che potrebbe essere fatale.
«L’importante è che stia bene», dice l’ambasciatore Sequi da Kabul. Certo: se stesse bene anche lunedì, però, a noi non dispiacerebbe. Ci par di intuire, invece, che il resto dell’Italia, sia piuttosto disinteressato alla questione. Si capisce: ciò che conta è non disturbare troppo il ministro degli Esteri D’Alema, impegnato nelle sue riunioni al Botteghino. E soprattutto non dare al premier Prodi più pensieri di quelli che ha. Del resto non si può infierire: Standard&Poor’s, Fitch, i sondaggi, i fischi a Verona, le grane con gli alleati, la Finanziaria che non va, i conti che non tornano, la maggioranza che vacilla. Perché dovrebbe preoccuparsi di restituire Torsello ai suoi cari?
Che ci fossero rapiti di serie A e serie B, del resto, l’avevamo già capito da tempo. Almeno da quando i rapiti di serie B hanno cominciato a chiamarli mercenari. Ricordate? In fondo abbiamo già visto di tutto. Abbiamo sentito persino gente esultare perché un ex panettiere di Genova veniva fatto inginocchiare vicino a una buca e ammazzato senza pietà. E siccome mentre veniva ammazzato senza pietà, aveva il coraggio di sussurrare: «Vi faccio vedere come muore un italiano», abbiamo sentito pure gente sorridere felice. Dicevano «Meglio così, un fascista di meno». Ma certo: abbiamo sentito di tutto, in questo Paese. Però non riusciamo a rassegnarci. Che ci volete fare? Continuiamo a pensare che una vita umana abbia sempre lo stesso valore, e che l’ostaggio abbia passato la gioventù al manifesto o a mangiare orecchiette e cime di rapa ad Alessano, provincia di Lecce, per noi non fa differenza. E non fa differenza chi c’è al governo. Vorremmo solo che questo silenzio si rompesse. Che le istituzioni sentissero il fiato sul collo e si muovessero. Vorremmo che Gabriele potesse tornare dal suo bimbo, 4 anni appena. Al massimo gli chiederemo di ripulirsi un po’ la barba. E di stare attento a non sbrodolarsi al primo ricevimento, naturalmente organizzato da Veltroni.