Ostia, Akber massacrato nel nome di Allah

Stefano Vladovich

«Gli Imam sono angeli». Sguardo fisso nel vuoto, Hussain Munawar, 49 anni, non ha fatto altro che ripetere di essere un buon musulmano. Al contrario di Alì Akber, il connazionale pakistano ucciso domenica a colpi di spranga, strangolato e poi sgozzato nell’ex colonia Vittorio Emanuele III, a Ostia. Camicia macchiata di sangue, provato dalla breve latitanza, due sere fa l’uomo si presenta prima dai vigili urbani, poi dai carabinieri: gli agenti della III sezione della Squadra mobile romana e i colleghi del commissariato locale erano già sulle sue tracce grazie al segnale del telefonino registrato dalle celle dell’operatore Gsm. Stazione Lido centro, trenino per la capitale, stazione Termini, piazza dei Cinquecento, via Giolitti, via Cavour, Colosseo, piazza Venezia. Poi il ritorno a Ostia e la decisione di costituirsi. Hussain era stato identificato anche fotograficamente grazie alla richiesta di rinnovo del permesso di soggiorno passata per il commissariato. L’uomo, compagno di stanza della vittima, sulle prime avrebbe dichiarato di conoscere il nome dell’assassino. Ma senza alibi e con troppe contraddizioni crolla in pochi minuti e confessa. «Sono stato io a ucciderlo. Altrimenti lo avrebbe fatto lui con me. Mi aveva già minacciato, io l’ho anticipato». Un omicidio a dir poco brutale. A ricostruire la dinamica lo stesso Hussain, una persona di bassa statura, magrissima, e che gli inquirenti stessi stentano a credere in grado di tanta violenza. «Prima gli ho gettato in faccia dell’acqua bollente per tramortirlo - racconta Munawar davanti al magistrato, il pm Gustavo De Marinis - poi l’ho colpito in testa e sulle braccia con una mazza di ferro, quella che utilizzo per rompere le noci di cocco. Dopo gli ho infilato un cappio al collo e l’ho strangolato. Ma non ero ancora sicuro che fosse morto, così ho impugnato un coltello da cucina e con quello gli ho tagliato la gola. Dopo qualche secondo, approfittando del fatto che nella nostra camera non c’era nessuno, sono andato in bagno per cambiarmi i pantaloni sporchi di sangue e sono uscito. Dal giornalaio sul lungomare ho acquistato un paio di biglietti dell’autobus e mi sono avviato verso Roma». Dodici ore trascorse fra sensi di colpa e il convincimento di aver fatto la cosa giusta, che persino l’imam, considerato da Alì «troppo rigido», avrebbe approvato. Difatti Hussain Munawar, venditore ambulante di chincaglierie e cocco, rimproverava spesso alla vittima di non essere un buon musulmano. Tra i due, entrambi sposati e con figli in patria, c’erano stati forti contrasti, quasi sempre per motivi religiosi. Akber aveva un pensiero critico nei confronti di alcuni imam che riteneva troppo intransigenti. Munawar, descritto da tutti come una persona molto mite, la pensava all’opposto: esasperato dai continui litigi ha deciso di farla finita. In attesa dell’esame autoptico, lo straniero è accusato di omicidio volontario. Sempre latitante, invece, il misterioso aggressore di Jozef Kazimierz Pilat, il polacco di 43 anni deceduto al Grassi di Ostia durante un delicato intervento chirurgico. L’uomo, da tempo in Italia, era stato soccorso sabato sera da un’ambulanza del 118 vicino al laghetto di Dragona, Acilia, in seguito a un litigio in strada. Secondo i medici, concause del decesso sono stati alcolismo e denutrizione che hanno leso organi vitali quali milza e fegato.