Ostia, blitz antidroga all’alba Nove corrieri dietro le sbarre

Stefano Vladovich

Cocaina purissima da Colombia, Costa Rica e Venezuela. Oltre 50 chili sequestrati, 66 persone arrestate, centinaia di migliaia di euro recuperati. All’alba di ieri l’epilogo dell’operazione «Crossing» con l'arresto, tra Ostia e Livorno, di nove corrieri, cinque pregiudicati italiani, due cileni, un argentino e un tunisino. Un’indagine lunga e difficile avviata dal nucleo operativo dei carabinieri di Ostia e dalla direzione distrettuale antimafia. Obiettivo? Stroncare il consistente afflusso di droga dal Sud America, diretto sui mercati di Roma, Milano, Napoli e Firenze. Due anni di intercettazioni mirate, pedinamenti, travestimenti, inseguimenti mozzafiato, infiltrazioni. E per tutto questo tempo, i militari del reparto territoriale di via Zambrini sono stati costretti a pensare e agire come avrebbero fatto i narcos. La montagna di prove raccolte con il pm antimafia Diana De Martino sono servite al gip della Procura capitolina, Luciano Pugliese, a emettere le ultime ordinanze di custodia cautelare. E tracciare le rotte della coca. Spagna e Olanda le prime tappe in Europa. Da questi Paesi, secondo gli inquirenti, la sostanza stupefacente veniva nascosta nei posti e negli oggetti meno a rischio, tanto da superare senza problemi le frontiere. Via terra, disciolta nei parabrezza delle auto e dei camper, occultata nei doppifondi degli sportelli, nelle ruote di scorta, nei sedili; oppure via mare, pressata nei parabordi di piccole imbarcazioni, nel fasciame di barche a vela o negli arredi interni. «Uno dei sistemi più utilizzati - sottolineano i carabinieri - resta quello degli ovuli ingeriti dagli ovulatores, persone addestrate a contenere nello stomaco quantità impressionanti di polvere bianca». La frontiera del Leonardo da Vinci, lo scalo aereo di Fiumicino, è sempre la più battuta dai trafficanti: nel corso dell’inchiesta diversi i «cavalli» bloccati con chili di droga. Fra questi anche una donna di 40 anni, avvocato penalista in un noto studio legale di Caracas, in Venezuela, con al seguito un praticante. La coppia di avvocati cercava di entrare in Italia con le valigie intrise di coca. «I pellami vengono bagnati con la roba liquida - spiegano i chimici dell’Arma - e asciugati. In laboratorio, attraverso un procedimento chimico, la sostanza veniva separata dalla pelle: estratta e asciugata è pronta al taglio». Ancora: centinaia di fotocopie immerse nella cocaina per un valore su «piazza» di un milione e mezzo di euro, nemmeno un anno fa, vengono scoperti in plichi inviati dal Perù a due insospettabili romani, un’impiegata 28enne e uno spedizioniere 60enne. Il mezzo? Dieci copie di un manuale universitario introvabile stampato a Lima nell’83: «La storia del Perù dal 1822 al 1933». Non ci vuole molto a scoprire che la coppia, in realtà, è il terminale numero uno in Italia di una potente organizzazione internazionale di narcos. L’inchiesta prosegue: fra i personaggi coinvolti un imprenditore edile che faceva la spola tra il Lido di Roma e un quartiere bene sulla via Cassia a bordo di un maxi scooter. Nel bagagliaio, oltre al casco di riserva, 25 pani di cocaina da un chilo l’uno per due milioni e mezzo di euro. Il lavoro di intelligence dei militari di Ostia li porta persino a bordo dell’intercity Roma-Firenze. Alla stazione di Santa Maria Novella scattano le manette per due colombiani (sbarcati ore prima in aeroporto) e un italiano: fra gli indumenti personali altri sei chili di coca. Dati da far rabbrividire se è confermato quanto sostengono i nuclei speciali antidroga, cioè che si tratta di una percentuale minima rispetto alla droga che, purtroppo, ogni mese sfugge ai controlli e sommerge il mercato.