Ostilità irresponsabile

L’Italia si prepara ad accogliere male il presidente Bush. Il governo è imbarazzato e diviso; le sinistre antiamericane di piazza e di governo tengono banco; il presidente della Camera, invece di aprire le porte della massima sede della democrazia, dichiara di non volere stringere la mano al nostro principale alleato; e il mugugno politico-diplomatico accompagna l'incontro di prammatica del presidente con il leader dell'opposizione.
Eppure il nostro interesse nazionale è di mantenere ancora buoni rapporti politici, economici e culturali con gli Stati Uniti. Nei passati decenni le relazioni transatlantiche hanno avuto alti e bassi: ma fino al 1989 l'Italia era importante perché in posizione strategica di fronte al blocco sovietico mentre oggi la situazione è diversa e il nostro Paese ha un peso assai minore. Soltanto con la partecipazione al sistema globale di sicurezza, alla difesa dal terrorismo e alle relative azioni di peacekeeping l'Italia può mantenere un ruolo internazionale.
Fino a ieri abbiamo fatto con onore la nostra parte in Afghanistan, in Irak e in Libano dopo avere svolto un ruolo fondamentale nella ex-Jugoslavia con l'Onu e la Nato. Poi l'Italia si è avvitata in una serie di iniziative - Calipari, Abu Omar, Vicenza - del tutto eccentriche rispetto alle regole e alle convenzioni che disciplinano le relazioni internazionali.
Tutta l'ostilità, palese e occulta, con cui l'Italia guarda in questi giorni a Bush è apparentemente indirizzata alla politica dell'Amministrazione. Dimenticando che il presidente, che pure ha commesso gravi errori in Irak che sta scontando con la perdita del consenso in patria, resta pur sempre il rappresentante dell'intera nazione americana con cui per sessant'anni abbiamo intrattenuto solidi legami che dovrebbero essere mantenuti anche per il futuro, indipendentemente dal colore della presidenza.
L'interesse degli americani è oggi rivolto al Medio Oriente e all'Iran, alla Russia, alle potenze orientali e alle grandi questioni del clima, delle malattie e della povertà. Non è un caso che le principali tappe di Bush in Italia sono il Vaticano e la comunità di Sant'Egidio divenuta, grazie alla sua rete, un'importante agenzia nella composizione dei conflitti nelle regioni meno sviluppate.
Con la visita di Bush è però giunto il tempo in cui gli italiani, e i loro leader, devono decidere sul futuro dei rapporti con gli Stati Uniti. Si può dare sfogo alle viscere dell'antiamericanismo che serpeggia nella nostra società e navigare ai margini del sistema internazionale che continuerà ad avere nell'America uno dei principali poli. Oppure si può rinsaldare con l'amicizia il legame politico-economico con l'America, oggi guidata da Bush e domani da chissà quale altro presidente, assumendo le responsabilità internazionali che si rendono necessarie in un'epoca di insicurezze e instabilità.
Massimo Teodori
m.teodori@mclink.it