Osvaldo Bevilacqua: "Sereno variabile? Non lo lascerò mai"

Il giornalista è uno dei conduttori che da decenni si vedono negli orari meno in vista del palinsesto. Entrato in Rai trent’anni fa, conduce il programma sul territorio italiano in onda dal 1982

Osvaldo Bevilacqua, 30 anni in Rai. Lei è inaffondabile.
«Sono entrato in Rai che ero una creatura...»
Età?
«Mah, 24 o 25 anni».
In Rai entrava un socialista, un democristiano, un comunista e uno bravo. Lei chi era tra questi?
«Mai stato in quota di nessun partito, grazie a Dio».
Ci è arrivato come?
«Ero direttore di un settimanale, si chiamava Turismo domani. Una regista Rai mi chiamò e mi disse: perché non la fai per noi? Partimmo così. Era il 1978».
La gavetta dove la fece?
«A Paese Sera».
Quotidiano filo-Pci.
«Si, ma solo pagine spettacoli. Seguivo il Cantagiro...»
Nessuna simpatia politica?
«No, assolutamente».
Poi arriva con «Sereno variabile» in tv.
«No, quello nel 1982. In Rai, come collaboratore, avevo fatto già la radio».
Programma?
«Ogni mattina alle 7.30, su Radio Uno, mettevo in contatto il cittadino con la pubblica amministrazione e risolvevamo casi pazzeschi».
Mi manda Osvaldo Bevilacqua?
«Si chiamava La diligenza. Riuscimmo a far mettere un ufficio postale in un paese sardo dove non c’era. Uscì un articolo su un giornale: “Bevilacqua, tu che puoi tutto fammi avere la pensione”. Eh eh eh».
Già una celebrità. Poi?
«Feci un programma, sempre in radio, che si chiamava Ticket. Ci divertivamo come matti, quanti scherzi!».
In diretta?
«Cercavamo di fare una radio diversa. Una volta andai nello studio accanto e convinsi il collega, che andava su Radio Due, a scambiarci i programmi».
Accettò?
«Sì, successe un casino! Un dirigente ci disse: ma voi siete pazzi. Ma la gente si divertì un sacco. Ma ne ho fatte altre».
Dica.
«Un falso Gr, partendo con la sigla vera. Non sapevamo che c’era un accordo tecnico per cui quella sigla dava l’imput alle sirene di certe fabbriche al Nord, per cui staccavano di lavorare! Anche lì successe un macello».
Bevilacqua, ma lei è una specie di Arbore.
«Mi piace fare scherzi, ma erano finalizzati a dimostrare che i mass media sono bombe atomiche, se non li sai usare».
E la tv oggi è usata male?
«Vedo troppa superficialità, se non dici parolacce sembri antico. So che non è la moda, ma in casa della gente bisogna entrare in punta dei piedi».
Lei è fuori moda. Hanno mai provato a farla fuori dal palinsesto?
«Mah qualche direttore, non essendo suo il programma ha pensato di...
Metterci un altro?
«No, di sostituire il programma proprio».
Però alla fine non l’affonda nessuno.
«Perché poi guardano l’audience e si rendono conto che non conviene. Dove lo metti fa ascolto».
Le hanno mai proposto altro?
«Mi hanno fatto offerte clamorose. Sempre rifiutate perché voglio continuare a fare quel che faccio ora».
Ce ne dica una.
«Incarichi importanti in Rai, di tipo non giornalistico, oppure trasmissioni in prima serata importantissime».
Mai stato papabile alla direzione di un Tg?
«Non ufficialmente... Ma ho sempre cortesemente rifiutato gli incarichi...»
L’hanno corteggiata anche altre reti?
«Da Mediaset ho ricevuto offerte che mi hanno commosso. C’era uno zero in più sul mio contratto».
Ma lei anche quella volta ha detto di no.
«Mi ha lusingato, ma voglio essere quel che sono. Sono legato al servizio pubblico. La gente vuole essere rassicurata ed è quello che faccio io con Sereno variabile».
Lei ha visto 30 anni di gestioni Rai. Qual è stata la migliore?
«Quella di Bernabè, ma anche quella di Agnes direttore generale. Certo, c’era meno concorrenza».
La peggiore?
«La Rai dei “professori”. Erano venuti per affossarla perché, dopo aver cancellato la Prima Repubblica, la Rai era un monumento da abbattere o almeno da indebolire».
Ci sono riusciti?
«No per fortuna, ma hanno fatto danni enormi all’azienda, miliardi di soldi buttati. Lo sa per me qual è l’ideale di tv?».
Prego.
«Che le annunciatrici Rai annuncino i programmi Mediaset e viceversa. Una cosa sola».
Ma è la temuta Raiset.
«Viviamo o no nel villaggio globale? E allora globalizziamo anche la tv, mantenendo le identità. La Rai non deve temere nessuno, deve fare il servizio pubblico, e la tv commerciale va rispettata assolutamente».
Alcuni critici parlano del suo programma come «tv del sommerso». Si sente un sommerso?
«Mi sento nazionalpopolare. Sono ottimista, voglio fare vedere le cose belle. Non mento però. Quando ci fu l’allarme mucillaggine nella Riviere romagnola ci andai e non dissi che non c’era la mucillaggine, semplicemente non ne parlai».
Ah, omissione.
«No, raccontai del divertimento, dei locali, senza parlare del mare. E gli diedi una grande aiuto».
Che ascolto fa Sereno Variabile?
«Siamo tra il 13 e il 14, prima e dopo di noi fanno il 6-7. Da sempre su RaiDue (sabato ore 17.10, ndr). Ho un pubblico affezionato che mi segue da anni».
Lei è un malato dell’Auditel?
«Macché, lo aborro e lo abolirei. Ci sono colleghi che non ci dormono la notte, sono matti. Usiamo i sondaggi invece».
Mai ricevuto raccomandazioni?
«No, assolutamente, neanche pressioni sulle località da visitare. Nessun direttore mi ha mai chiesto niente».
Quante città avrà visto in 30 anni?
«Tante, tante. Adesso una a settimana, ma fino a qualche anno fa andavo in una diversa al giorno, per un anno».
Famiglia di giornalisti la sua?
«No, mio padre era pittore, faceva i ritratti dei Papi per il Vaticano. Io non so manco disegnare le casette però, eh eh eh».
Le ha presentato qualche Papa?
«Eravamo molto amici della famiglia di Roncalli, mio padre era bergamasco, ho 50 parenti a Bergamo. Giovanni Paolo II sono andato a trovarlo diverse volte. Gli portai una vecchia foto sua, usata da mio padre per il ritratto. Gli dissi: “Santità, qui eravamo più giovani” e lui scoppiò a ridere».
Prossimi impegni?
«La direzione di un canale satellitare targato Rai, nuovo».
Nome?
«Yes, Italia».
Lei è il paladino dell’ottimismo.
«Racconto un’Italia bella, serena. E variabile».
(1.Continua)