Gli ottant’anni del decano dei liberisti

Quanti prediligono le logiche del mercato a quelle della coercizione, oggi festeggiano gli ottant’anni di un intellettuale che ha nutrito generazioni di lettori e ne ha reso meno solitaria la resistenza di fronte allo Stato-padrone. In quella Torino operaia che tanto aveva affascinato Gramsci e Gobetti, il 6 giugno 1927 nasceva infatti Sergio Ricossa, oggi decano dei liberisti più intransigenti.
Autore di importanti studi accademici (su Piero Sraffa, ad esempio) e anche di testi destinati al grande pubblico (da Straborghese a La fine dell'economia), Ricossa da decenni incarna il meglio dell’economia antistatalista. Formatosi come econometrista, presto ha scoperto la critica corrosiva che gli studiosi austriaci - da Mises a Hayek - hanno sviluppato ai paradigmi dominanti. Come altri, avrebbe potuto far finta di nulla, continuando a predicare un dio in cui non credeva più. Invece ha avuto l’onestà di denunciare le fragili basi dell’economia che va per la maggiore. Da qui proviene il suo tono disincantato di fronte agli errori a catena che caratterizzano - nonostante il variare delle maggioranze - le scelte compiute da ministri sempre troppo decisi a vietare, proteggere, programmare.
L’ispirazione di Ricossa potrebbe apparire scettica, quasi fossimo di fronte ad un Voltaire privo di ubbie anticattoliche, ma non meno ironico né caustico. In realtà, egli è a suo modo un «militante», sebbene creda nel dovere di combattere la buona battaglia molto più che nella possibilità di vincerla. Basti ricordare al suo pluridecennale legame con gli amici del Cidas, l’associazione culturale con cui collabora in iniziative che molti suoi colleghi eviterebbero, magari per ragioni di opportunità. Ma Ricossa è un uomo che segue solo ciò che gli detta la coscienza, anche se questo può significare subire attacchi e ostracismi.
Come quando nel 1987 prese parte - insieme ad Antonio Martino e Gianni Marongiu - a quella «marcia contro il fisco» che i sindacati subito bollarono come espressione dell’Italia che non pagava le imposte e che, al contrario, esprimeva l’insofferenza di quanti erano stanchi di essere spremuti dal Palazzo. Questo aiuta pure a capire perché nel 1999 si sia tolto la soddisfazione di pubblicare un testo intitolato Da liberale a libertario (edito da Facco): dichiarando che il liberalismo einaudiano non gli bastava e che voleva «andare oltre», verso una libertà più compiuta.
Le lezioni di Ricossa sono numerose, e tutte preziose. In occasione di questi suoi ottant’anni piace però ricordarne soprattutto una, che concerne il suo stile di uomo, studioso, scrittore. Affascinato dall’arte e lui stesso appassionato pittore, Ricossa è un elzevirista d’eccezione (come ben sanno i lettore del Giornale), che coltiva un’idea di civiltà in cui vi sia spazio per la libertà, e quindi per la bellezza, per lo humour, per l’umana simpatia che unisce le persone. Anche per questo merita il nostro affetto.