Gli ottant’anni tra radio e tv di Viazzi, padre della Rai

Dicono i sociologi che la generazione dei 70/80enni sia ancora quella più forte e «vera», mentre quella dei quarantenni è stata definita «la generazione degli insoddisfatti». È proprio così? Genova potrebbe essere d’accordo su questa tesi, visto che, in una recente serie di interviste televisive, è saltato fuori proprio questo dato: i settanta/ottantenni, in città, sono ancora alla ribalta, con un forte potere fra le mani. Sia nel campo politico, economico, culturale e giornalistico. Ed è proprio di questi giorni che compie 80 anni uno dei più celebri giornalisti (oltreché scrittori e critici) della città: Cesare Viazzi. Una vita a raccontare prima col microfono, poi con la direzione della Rai genovese, poi come critico e scrittore, sessant’anni di storia, della nostra storia sotto la Lanterna.
È nato nel 1929, assunto in Rai nel ’59 ne diventa prima telecronista, poi inviato speciale, viaggia per il mondo a raccontare i grandi eventi di quegli anni (dall’invasione della Cecoslovacchia, ai viaggi pontifici, all’alluvione di Firenze). Per non parlare dei suoi venti festival di Sanremo. Il 1979 segna per lui (sotto la guida di Biagio Agnes) la grande esperienza della nascita della Terza Rete e del Tg3. Ma non basta, Cesare Viazzi, acuto osservatore della nostra realtà, attento studioso dei fenomeni televisivi, si può dire sia stato l’iniziatore della «fiction»: infatti in un indimenticabile «Tg 3 settimanale» affida in ogni puntata a tanti diversi registi (da Gianni Amelio, a Pasquale Squitteri, da Marco Leto a Gil Rossellini) la ricostruzione di un episodio di cronaca emblematico di un problema sociale poi dibattuto in studio da esperti e pubblico.
Nel 1988 diventa direttore della sede regionale Rai, la sua carriera è costellata di 10.000 servizi radiofonici e televisivi, realizzando ben 30.000 interviste. Tutta Italia, ma in particolare Genova, lo ha visto protagonista con microfono e, nei primi anni, quando la sede Rai era nel mitico palazzone di piazza della Vittoria, con una cassetta che altro non era che un prezioso registratore. Viaggiava, con le spalle semi-curve, ma con quella cassetta che per lui ha significato amore, passione e grande professionalità.
La prima e la seconda Repubblica (ammesso che ci sia o non ci sia stata) lo ha visto sempre alla ribalta, anche come professore all’università: le teorie e le tecniche della comunicazione di massa (un’espressione che non gli piaceva molto) lo hanno visto commentatore di livello. E poi i giornali: le sue critiche, precise, sobrie, ma anche provocatorie e pungenti. Hanno fatto arrabbiare più di un’attrice o di un autore.
Oggi, a 80 anni, continua ad amare profondamente Genova, lo si vede ogni tanto gironzolare per librerie o biblioteche (i suoi amori), perché la sua generazione, come si diceva all’inizio, è ancora più che mai viva e combattiva.