OTTAVIA PICCOLO «La mia missione? Far riflettere la gente»

C'era una volta una enfant prodige di undici anni che, scelta dalla Proclemer per il ruolo della bimba sorda, muta e cieca di Anna dei miracoli, decise, finite le repliche, che non era il caso di tornare a scuola, e tantomeno a casa, dopo aver assaporato il fascino insidioso del palcoscenico. Ma non solo questa fu la scelta compiuta dalla sorprendente teen-ager nata a Bolzano e domiciliata a Roma. Perché la ragazzina dai lunghi capelli chiari che le scendevano a corona sulle esili spalle decise, dopo aver sostato estatica davanti al Piccolo Teatro di Giorgio Strehler, che Milano era la sua città ideale e che, prima o poi, ci sarebbe tornata per non allontanarsene più.
E detto fatto, com'è nel suo carattere, da trent'anni e passa ha mantenuto fede alla promessa. Il suo nome? Ottavia Piccolo, non milanese doc ma longobarda d'adozione, di gusto e di vocazione, recentemente premiata a Vicenza con l’Olimpico del teatro 2007 per la sua bellissima interpretazione in Processo a Dio di Stefano Massini. Una novità italiana dove, il giorno prima della liberazione di Auschwitz, un'ebrea scampata al massacro denuncia l'Ente Supremo, reo di non aver mosso un dito per evitare la Shoah. Ce n'è abbastanza, come si vede, per andare a scovare un personaggio anomalo e silenzioso come il suo, che da sempre ostinatamente si rifiuta alla grancassa pubblicitaria.
Perché mai, signora Piccolo?
«Perché è ora di sfatare, secondo me, il più sciocco luogo comune che esista, quello che vede l'attore montare in cattedra per una foto in copertina o un'apparizione in Tv accanto al politico di turno. Lasciamo questo compito alle veline, che han vent'anni e tutte le ragioni di far valere il loro bel corpicino. Sarebbe ridicolo pretendere lo stesso da una signora di sessant'anni che, da questo punto di vista, ha ormai fatto il suo tempo, non trova?».
Anche se la signora in questione si trova da anni al centro dell'attenzione dei media come accade a lei, che per di più vive a Milano, la capitale della moda e del look?
«Io sono una milanese di cuore e d'anima che insegue e si batte per cose e per cause diverse. Sa che mi sono innamorata del capoluogo lombardo nei primi anni Sessanta quando ancora c'era la nebbia e non solo lungo i viali della periferia, ma addirittura a via Rovello dove sorge tuttora il Piccolo, che allora era il regno di Strehler?»
Cosa ricorda di quel periodo?
«Il freddo luminoso e terso delle mattine d'inverno quando mi recavo in teatro a provare le Baruffe chiozzotte, il gelo della Pensione Pozzone solo parzialmente attenuato dalle vecchie stufe di terracotta messe in funzione dalla padrona che, la cuffia tirata in testa e gli occhiali puntati come un cannocchiale verso il cliente, mi ricordava l'usuraia di Delitto e castigo uccisa da Raskolnikov nel suo abituro sulla Neva, e poi e poi...»
Poi cosa?
«L'entusiasmo al ritorno della primavera, l'improvvisa fioritura dell'estate quando, ai bei tempi del Re Lear, io che nello spettacolo avevo il ruolo del clown che solleva il morale del povero sovrano detronizzato partivo con la compagnia verso Praga, Madrid, Parigi. Non solo per portare l'arte, ma per trasportare laggiù, all'altro lato del fiume, un piccolo prato della Lombardia».
Cos'è cambiato da allora?
«C'è vitalità, ma non c'è più entusiasmo. È subentrata non dico la noia ma la sazietà. Con una punta d'insofferenza e, purtroppo, di maleducazione».
Cosa si può fare per ovviare a questo deplorevole stato di cose? «Lavorare sodo, per non dimenticare e far dimenticare che siamo la punta di diamante della penetrazione in Europa».
Lavorare va bene, ma in che modo?
«Dedicandoci, sulla scena, a temi universali, a oggetti di dibattito che impegnando le coscienze non smettano di farci riflettere. Per questa ragione, dopo Processo a Dio, continuo a programmare dovunque mi vogliono Memorandum per Anna, che non è uno show e neanche uno spettacolo vero e proprio, ma una testimonianza sul campo».
Sarebbe a dire?
«È la storia della Russia di Putin narrata in prima persona da Anna Politkovskaya, la giornalista cecena vittima di un attentato. Un caso su cui dovrebbe meditare la coscienza civile di noi tutti, non crede?».