Ottavio Missoni «Arrivai qui per sport, ci rimasi per amore»

«Arrivai la prima volta a Milano, quando ero campione italiano di atletica, nel 1939, su invito della società sportiva Pro Patria. Abitavo a Città Studi e mi allenavo nel vicino campo Giuriati. Un periodo piacevole, per quanto non avessi soldi, perché oltre agli sportivi frequentavo i giornalisti della formidabile redazione del Bertoldo pubblicato dalla Rizzoli: Guareschi, Giovanni Mosca e i vignettisti Walter Molino e Saul Steinberg. Era l'epoca delle canzoni di Danzi e Bracchi, della Gagarella del Biffi Scala».
Ottavio Missoni racconta i suoi ricordi dettagliatamente. È un conversatore affabile e ironico, un uomo di non comune signorilità. Si premura di telefonare persino per avvertire di un ritardo di cinque minuti.
La Milano che descrive è la città vista con gli occhi di un «artista», come lo definì giustamente Renato Cardazzo, la Milano dei teatri, delle frequentazioni culturali, di riunioni conviviali fino all'alba con attori e giornalisti, la città dove si sviluppò lo straordinario successo internazionale del marchio Missoni.
Dopo la parentesi della guerra - El Alamein e gli anni di prigionia in Egitto, «ospite di sua maestà britannica» - nel 1946 Lei tornò a Milano, nonostante i suoi genitori vivessero a Trieste. Per quale ragione?
«Per fare sport, avendo ripreso a correre. Per guadagnare mi davo da fare raccogliendo pubblicità per una casa editrice e disegnando fumetti per la testata Bolero. Fu Carletto Colombo, un amico di prigionia, allora redattore sportivo dell'Avanti, a introdurmi nell'ambiente artistico. Ho visto nascere il Piccolo Teatro con Paolo Grassi e Strehler, frequentavo a Brera, il celebre caffè Giamaica di mamma Lina, un ambiente di pittori, fotografi - Ugo Mulas e Alfa Castaldi e Mario Dondero - scrittori e giornalisti. Non mi creavo problemi sul domani. Andavo a ballare nelle sale con le orchestrine o la musica di Gorni Kramer. C'era vivacità, allegria. Mangiavo alla mensa della Gazzetta dello Sport dove conobbi lo scultore Andrea Cascella, o nelle latterie a poco prezzo. Ce n'era una in via della Spiga frequentata dalle modelle e dai muratori che lavoravano in via Montenapoleone. Può immaginare il contrasto... Bellissimo».
Poi, nel 1953, le nozze nel 1953 con Rosita, con la quale avrebbe iniziato a lavorare sui tessuti, ma il legame con Milano non s'interruppe. Cosa le piaceva?
«A Milano c'era tutto. Uno spirito d'organizzazione esemplare, un continuo movimento. A occuparsi di moda eravamo in pochi, Roma e Firenze primeggiavano, ma era inevitabile che Milano divenisse la capitale della moda italiana. I clienti venivano volentieri a fare acquisti. Una giornalista avrebbe scritto che solo nome di Missoni era una buona ragione per venire a Milano. Così caricavo i nostri prodotti sulla mia giardinetta e da Gallarate, dove vivevamo, li portavo Milano, ma andavo anche a teatro, stavo in compagnia degli amici. Ricordo le cene con Rosalina Neri, Paola Borboni - un’inesorabile conversatrice - Fiorenzo Carpi, Giancarlo Fusco, Tino Buazzelli, grande attore e grande giocatore, cliente assiduo della farmacia di Corso Vittorio Emanuele alla ricerca di farmaci per il fegato, Andrea De Carmine, Gianni Brera, Mario Soldati, il regista televisivo Sandro Bolchi, Andrea Cascella e altri ancora. Cenavamo al Santa Lucia, al Riccione o in locali che non esistono più occupati ora dalle banche».
Lei non ha dimenticato mai la sua terra, la Dalmazia, e Trieste dove la sua famiglia si era rifugiata.
«Trieste, per non parlare di Ragusa e di Zara, hanno una fisionomia differente, credo sia superfluo affermarlo, e vi trascorro ancora le vacanze. A Milano però le creazioni Missoni hanno potuto svilupparsi nel migliore dei modi ed ho ricevuto soddisfazioni uniche. Penso alla vetrina dedicataci dalla Rinascente nel 1958 e chiamata Milano-Simpaty e che costituì il primo passo verso il successo, alla nostra prima sfilata al teatro Gerolamo nel 1966, alla mostra retrospettiva per i venticinque anni di lavoro presso la Rotonda di Via Besana nel 1978. Penso alla Medaglia d'oro di Benemerenza Civica ricevuta dal Comune nel 1979 per aver contribuito al prestigio di Milano, onorificenza precedente alle nomine a Commendatore e a Cavaliere del Lavoro conferitemi del Presidente della Repubblica. Penso al debutto alla Scala nel 1983 come costumisti della Lucia di Lamermoor interpretata da Luciano Pavarotti e Luciana Serra. Penso alla mostra presso la Galleria del Naviglio del 1981 battezzata “nuovi arazzi” e alla quale s'interessò Arnaldo Pomodoro. Penso ai tanti amici incontrati e che ancora frequento... Quanto è veritiero il proverbio: “Chi volta la spalle a Milano, volta le spalle al pane”. Ma le parole dialettali sono è più colorite...».