Ottimo l’inserto lavoro Ma a me dicono sempre «sei troppo qualificata»

Caro direttore,
ho seguito con interesse la vostra nuova rubrica sul mercato del lavoro, e avrei qualche suggerimento. Dal momento che sono una giornalista disoccupata da un anno e tra poco il mio sussidio finirà, ho cercato di rimettermi nel mondo del lavoro anche in altri settori, magari meno specializzati. Dopo aver inviato curriculum come commessa, operatrice call center e segretaria mi sono sentita rispondere che ero troppo qualificata per il profilo richiesto. A questo punto mi sono posta la domanda: ma in Italia non è possibile cambiare lavoro quando si ha necessità? Com’è possibile che in America un manager pubblicitario possa andare a lavorare in un fast food mentre in Italia è una cosa inaccettabile? Io sono cresciuta con il concetto che qualsiasi lavoro è ben accetto purché onesto, ma in Italia quando dico queste cose mi prendono per pazza. Da queste riflessioni nasce il mio suggerimento: perché non fate una bella inchiesta su come può riciclarsi un manager, un giornalista, o qualsiasi altro professionista quando non ha più il lavoro? Spero che questa mia denuncia non cada nel nulla, perché penso che tutti quei ragazzi che arrivano alla facoltà di scienze della comunicazione pieni di belle speranze debbano sapere che cosa li aspetta... Oppure voi siete tra quei colleghi che preferiscono mantenere la nostra professione (ormai diventata un hobby) come una cosa sacra e molto redditizia?

Cara Elena, la tua lettera è molto bella. Ma non capisco il finale. Pensi davvero che il lavoro del giornalista sia così redditizio? E pensi davvero che qualcuno lo ritenga una cosa sacra? Amo questo lavoro con tutte le mie forze, non ho sognato altro fin dall’età di sette anni (mi chiesero: «Che cosa vuoi fare da grande?», e io: «O faccio il giornalista o divento pazzo». C’è chi dice che sia riuscito a fare bene entrambe le cose). Però la professione va considerata per quel che è. Ho tenuto per molti mesi dietro le spalle una bella massima di Mark Twain. Diceva: «Quel tale sparò a un giornalista, lo mancò e uccise un passante. Ci spiace per il passante, ma le intenzioni erano buone». E per altro vale sempre la celebre storiella del giornalista che in punto di morte dice ai suoi colleghi: «Vi lascio in eredità tutto quello che ho, ma per carità, non rivelate a mia madre che faccio il giornalista. Lei è così orgogliosa di me: pensa che suoni il violino in un bordello». Tutto ciò per dire, cara Elena, che le cose sacre sono altre. Però le tue osservazioni sono interessanti. In effetti in Italia molto spesso ci lamentiamo di persone che non vogliono più fare i lavori umili, ma poi, a differenza dei Paesi anglosassoni, si ha un po’ di paura a impiegare per essi le persone qualificate, anche quando queste i lavori umili sarebbero dispostissime a farli. C’è sempre un retropensiero, il sospetto che la disponibilità sia a termine («Questo entra, poi dopo qualche settimana comincia a farmi casino...», «Adesso dice che va bene, ma tra qualche mese vedrai...»). C’è l’idea, che deriva dalla nostra formazione culturale, che in fondo nessuno è davvero disposto a fare passi indietro sostanziali nella carriera, a ricominciare da capo vendendo la limonata ai bordi della strada, come nei fumetti made in Usa. Accetto dunque il tuo suggerimento. E rilancio: perché l’inchiesta non la fai tu? Una giornalista senza la puzza sotto il naso, come mi sembri tu, una che si dice disponibile a lavorare pure in un call center, secondo me ha delle ottime potenzialità. E se fa un’inchiesta come si deve troverà sicuramente qualche giornale disposto a pubblicargliela. Magari anche questo.