Otto anni per un verdetto Il giudice si difende: «Avevo troppo lavoro»

Gela, manca la motivazione della sentenza, i mafiosi tornano in libertà. Il magistrato: «Sono in ritardo, ma non un fannullone»

da Milano

Otto anni per depositare una sentenza. Ci spiega come è stato possibile?
«Effettivamente c'è stato del ritardo, come posso negarlo? Ma io credo di poter spiegare quel che è accaduto. Perché un motivo c'è. E l'unica cosa di cui sono sicuro è che non sono nè un matto nè un fannullone».
Sono le dieci di ieri mattina, e un magistrato di 45 anni - un signore smilzo e dai modi gentili, appassionato di jazz e di libri, nato a Teramo ma cresciuto in Friuli - si ritrova ad incarnare una parte di cui avrebbe fatto volentieri a meno: quella del giudice lazzarone e menefreghista, l’icona della toga ipergarantita e iperpagata che lascia uscire i mafiosi per scadenza dei termini. Un'intera famiglia di Cosa Nostra viene scarcerata a Gela perché le condanne emesse otto anni fa non sono mai state tradotte in sentenza motivata dal giudice che doveva scriverle: lui, Edi Pinatto, oggi sostituto procuratore a Milano, all'epoca dei fatti giudice nella cittadina siciliana.
A rivelare il caso, dopo la denuncia pubblica del sindaco di Gela che si è ritrovata i mafiosi a spasso per la città, è ieri Repubblica. Nel giro di una manciata di ore sul giudice Pinatto si abbatte una raffica di fulmini da lasciarlo incenerito. Il ministro della giustizia Luigi Scotti annuncia un'ispezione, il Csm rende noto che Pinatto è già stato condannato a perdere sei mesi di anzianità e che è in corso un secondo procedimento disciplinare. E, come se non bastasse, la Procura di Catania fa sapere di avere chiesto il rinvio a giudizio del collega per omissione di atti d’ufficio.
In tutto questo trambusto, dov’è Pinatto? A Gela, a scrivere la sentenza. Quella che aspetta da otto anni la parola fine.
Facciamo un po’ d’ordine, dottore. Lei dove è in servizio attualmente?
«Sono sostituto procuratore a Milano. Ma, poiché ho da smaltire questo arretrato accumulato quando ero giudice a Gela, appena posso mi metto in ferie e scendo quaggiù a scrivere».
Otto anni per una sentenza?
«Non stiamo parlando di una sola sentenza ma di dieci. Lo sa che quando io sono stato trasferito a Milano, avevo da scrivere dieci sentenze? Nove le ho già scritte, e le garantisco che erano anche quelle sentenze complesse: le ho scritte durante le ferie, per non rubare tempo al lavoro che intanto a Milano mi piombava addosso ogni giorno. Me ne rimane una. Se fossi un fannullone, avrei ancora in armadio tutte e dieci le sentenze, non crede?».
Non ha niente da rimproverarsi, dunque.
«Non dico assolutamente questo. Da parte mia ci sono state delle colpe che si sono tradotte in un procedimento disciplinare del Csm e nella perdita di sei mesi di anzianità. Ma vorrei dire un’altra cosa: tutto questo non sarebbe accaduto se prima di trasferirmi a Milano mi avessero consentito, come avevo chiesto, di restare un altro anno a Gela per smaltire l’arretrato. Non dico che sarei salito senza arretrati, ma magari le sentenze erano cinque anziché dieci. E certamente oggi non saremmo qui a parlare di tutto questo».
Chi decise che lei salisse immediatamente a Milano?
«Il presidente del tribunale di Gela».
(Pinatto non lo dice, ma tutta questa storia ha una genesi complessa, di cui fanno parte anche i rapporti difficili all’interno del tribunale siciliano: il cui presidente venne denunciato da Pinatto per abuso dell’auto di servizio. E anche a Milano il giudice è rimasto un cane sciolto, che ieri sono in pochi a difendere. Tra questi, il suo collega Marcello Musso che dice: «Pinatto è un generoso, uno che lavora fino a notte fonda, e che oggi paga il suo non appartenere a nessuna corrente». Sarà. Ma gli otto anni per scrivere la sentenza sono un granitico dato di fatto che appare destinato a stritolare la carriera del giudice).
Dottor Pinatto, come ha impiegato il suo tempo in questi anni?
«Io non lavoro in una procura di provincia, come per esempio Rovigo dove i miei colleghi all’una chiudono e vanno a casa. Lavoro in una procura metropolitana dove mi occupo di un settore, i reati ambientali e sul lavoro, molto impegnativo. Poi faccio i turni esterni, mi sono toccati processi per omicidio. Mi sono occupato di banche, di traffico di esseri umani. Ripeto: le nove sentenze arretrate che ho smaltito finora le ho scritte durante le mie ferie».
Peccato che ne manchi ancora una, dottore, e che gli imputati intanto siano usciti. Quando la finirà?
«Entro la fine di questo mese. Garantito».