In otto minuti la chiave di cinque anni di enigmi

L’accusa ha subito puntato il dito su Annamaria Franzoni, unica
indagata. Lei scrive al killer: «Vorrei guardarti negli occhi e
chiederti perché lo hai fatto». Resta senza certezze la ricostruzione
dei pochi istanti in cui il piccolo Samuele Lorenzi è stato ucciso il
30 gennaio del 2002. Lei: «Io ero spiata da un vicino di casa, il giorno prima aveva sgridato mio figlio e l’aveva spaventato»

Torino - Non può essere stata che lei, dicono i più. I milioni di italiani che l’hanno scrutata con riprovazione sporgendosi sul pozzo della tv. «Vorrei guardarti fisso negli occhi. Vorrei chiederti perché lo hai fatto», replica lei scrivendo all’assassino. «Lei capisce - le dice come si dice a un matto che si crede furbo il procuratore d’Aosta Maria Del Savio Bonaudo incontrandola nel carcere delle Vallette a marzo 2002 -: l’idea che possa arrivare qualcuno per uccidere suo figlio, indossando le sue ciabatte, appare piuttosto improbabile». E quell’avverbio, piuttosto, porta i chiodi della condanna. «Gli zoccoli non c’entrano niente - risponde Annamaria Franzoni -. Io li ho calzati quando sono tornata a casa e infatti nella parte interna non c’è sangue». L’omicidio - punta il dito il procuratore generale Vittorio Corsi - è stato lo scontro di due testardaggini: un bimbo che piangeva e una madre che non stava bene». «Io ero spiata da un vicino di casa - afferma lei risoluta - il giorno prima dell’omicidio di Samuele l’uomo aveva rimproverato mio figlio che si spaventò» e Annamaria spalanca la porta di casa, la villetta reality show di Montroz, per indicare lì, a pochi passi, l’alternativa che nugoli di investigatori non hanno visto.
Samuele è solo
È così da cinque anni, dalla mattina del 30 gennaio 2002. Il massacro orrendo nel presepe della Val di Cogne. Una mamma accerchiata dai sospetti. Il primo e più fragoroso: ha lasciato solo il piccolo Samuele, 3 anni appena compiuti, per otto minuti otto, dalle 8.16 alle 8.24. Possibile che in quel frangente un’ombra nera si sia infilata con tanta ferocia nella villetta da Mulino Bianco dei Lorenzi?
Il resto, tutto il resto, il verosimile e l’inverosimile, il corredo di leggende metropolitane è un tentativo di far quadrare quella che Corsi chiama «una storia semplice», ma che semplice, per come i fatti sono emersi, non è.
Non è semplice perché non si è trovata l’arma, identificata ora in questo ora in quell’arnese sfogliando un catalogo che mette a disagio; non è semplice perché non si è trovato il movente, non è semplice perché non si è stabilita con chiarezza nemmeno l’ora dell’assalto. Otto e sedici? O forse prima? Otto e quattordici, otto e dodici? Insomma, quando Annamaria era ancora in casa od oltre la linea dell’alibi, dato dalla passeggiata, mano nella mano con l’altro figlio Davide allo scuolabus? Non è semplice, questa storia, proprio perché è difficile coniugare quel clima da Heidi con la morte in un movimento bestiale. E, al fondo del cratere, questa vicenda non è limpida perché è lei, Annamaria Franzoni, ad essere rimasta un mistero. Meglio, un enigma. Decifrata in centinaia di modi diversi e dunque, infine, indecifrabile.
La partita a scacchi
Chi è questa ragazza emiliana, diploma di ragioniere a Castiglion dei Pepoli, un marito premuroso e tre figli che già in quella comune radice biblica, Davide, Samuele, Gioele, fanno presagire qualcosa di terribile? Ricomincia l’interminabile partita a scacchi. Il gip Eugenio Gramola, il giudice che l’ha condannata a trent’anni in primo grado, coglie una sfaccettatura, presunta, della personalità che vale uno dei dieci mattoni con cui è costruito il muro della condanna: «La notevole anomala freddezza dimostrata dalla Franzoni subito dopo la scoperta del figlio morente: la donna non solo non si è recata in elicottero con il bambino, che appariva ancora vivo, ma si è affrettata a darlo per morto già parlando con il marito, al quale poi ha chiesto: «Facciamo un altro figlio. Mi aiuti a fare un altro figlio?» «Io ero disperata, urlavo, la telefonista del 118 mi diceva di stare calma», afferma Annamaria cercando di togliere quel mattone. Quando nell’aula della Corte d’assise d’appello di Torino hanno fatto riascoltare quella telefonata qualcuno si è commosso. «Non ricordo di aver detto quella frase “Facciamo un altro figlio“, ma quand’anche l’avessi detta, cosa vorrebbe dire, quale prova di colpevolezza se ne può trarre?»
Domande a perdere sul bordo della psiche. Carlo Perratone, a cena la sera precedente dai Lorenzi: «Lei stava male. Ci vorrebbe una bella confessione per chiudere questa storia». Ma che cosa aveva Annamaria? Quei formicolii, quei mal di stomaco, quegli svenimenti erano la spia di una malessere più profondo? O i sintomi di una congestione più un principio di influenza, come diagnosticato alle 5.30 del mattino dalla dottoressa Neri? Ha visto giusto, Perratone? O, al contrario, Ada Satragni? La Satragni è la prima ad accorrere alle 8.32 di quel mattino maledetto e la prima a spargere leggende metropolitane constatando un impossibile aneurisma: «Si è detto che io e Annamaria Franzoni eravamo amiche. Non è vero, io ero il suo medico di base. Ho sempre fatto distinzione fra amici e pazienti. Lo dico in maniera chiara a distanza di anni: io sono fermamente convinta dell’innocenza di Annamaria Franzoni. Questa è l’unica frase che mi sento di dire con chiarezza».
Un’indagine da Csi
Quante facce ha il prisma di Cogne? La partita va avanti dal 2002, ma lo scacco matto non è arrivato. O se lo è, è una questione di specialisti, quelli che indossano le tute spaziali e premono le mascherine sulla bocca, quelli che si muovono su fondali alla Csi. Il buonsenso consegna altre schegge: una mamma può rimettere, come immagina l’accusa, il pigiama perché il figlio piange e non vuole spaventarlo, ma contemporaneamente quella stessa mamma può afferrare un mestolo e spaccare la testa a quel bimbetto e resistere 5 anni consapevolmente senza essere scavata dal rimorso?
La vox populi insegue invece parentele illustri, retroscena cervellotici. La vox populi cerca soluzioni ad effetto: Annamaria Franzoni protetta perché legata a Flavia Franzoni in Prodi e via elencando sul sentiero dello strano ma vero. Su su, fino alla morte provocata da un tasso o da un cane o da una malattia o da altre entità che ci fanno sprofondare a ritroso nel tempo verso i bestiari medioevali.
Si ritorna sul bordo della psiche. Capace di intendere e di volere. No, incapace. Anzi no, semicapace o semi-incapace. Una coscienza intermittente, come un tergicristallo. Border line o addirittura schizofrenica, ma solo un po’. Precipitata, secondo autorevoli psichiatri, in uno stato crepuscolare, ma solo per i minuti decisivi che mancano all’appello e a alla quadratura del cerchio, perché pochi istanti dopo, gridando col 118, Annamaria è tutto fuorché crepuscolare. Nemmeno la Tac e un elettroencefalogramma hanno diradato le brume.
«Abbiamo chiesto aiuto alla psicologia, alla psicanalisi e alla psichiatria - ammonisce Corsi - ma non dobbiamo chiedere aiuto ad esse perché con queste scienze rischiamo di perdere di vista la realtà. Annamaria Franzoni non merita le attenuanti, Annamaria Franzoni ricorda tutto».
È vero, nel suo libro intitolato La verità, Annamaria ricorda tutto: «Vedo il sangue, tanto intorno alla testa e sul cuscino, penso che forse mi ha chiamato talmente forte che insistendo gli è scoppiata la testa». «Faccio il giro del letto, dove c’è il telefono sul comodino di Stefano, cerco di comporre il 118 ma non mi ricordo se ci vuole il prefisso, sento la voce registrata della Telecom che mi dice che ho sbagliato numero.» «Aprendo la porta-finestra la camera si riempie di luce, guardo verso il letto e vedo un’immagine irreale e raccapricciante. Schizzi di sangue ovunque, sul soffitto, sulle pareti e sul letto, per terra, anche a distanza di qualche metro e lui lì disteso sul letto che geme. A tratti emette flebili suoni...».
Ricordi di Annamaria
Ricorda tutto. Troppo? Recita un copione, come sostiene con giusta perfidia dovuta al suo ruolo il procuratore generale? Oppure Annamaria ha dimenticato quell’attimo di black out, quel figlicidio? O forse il folto clan cui appartiene, quasi la foto da antologia di un’Italia in bianco e nero altrove estinta, le ha imposto un collare? «Sono la terza di 11 fratelli», si descrive lei e sembra di leggere uno di quegli incipit alla Simenon. Quelli che preludono al dramma sotto la crosta borghese di una qualche famiglia bene delle Fiandre, fra l’acqua dei canali e i fischi delle chiatte. Qua lo scenario del Gran Paradiso è ugualmente grandioso, ma la trama arranca. Il nastro è aggrovigliato e cinque anni non sono bastati per sciogliere i nodi.
Gli investigatori ci hanno provato lo stesso sistemando sul fondale delle Alpi e soprattutto degli Appennini il patriarcato dei Franzoni. La famiglia potente e ramificata che ha condizionato i media, ha forgiato il personaggio immergendolo in uno scafandro di acciaio, ha difeso l’innocenza oltre ogni ragionevole fair play, ha tenuto nascosto quell’inconfessabile segreto che Simenon avrebbe infine rivelato.
Quel che sporge, sulla superficie del mare profondo, è troppo poco. Troppo scivoloso. Troppo viscido. Intercettazioni double face. Fuori onda controversi. Lacrime versate in questo o quel salotto televisivo. In camera di consiglio i giudici si sono portati un prisma. Tante facce. Troppe sfaccettature. Facile, molto più facile consegnare la soluzione alla tecnologia, sacrosanta ci mancherebbe, del Luminol, alle ricognizioni dei tecnici in tuta e mascherina, a quel perito tedesco, già inavvicinabile nel nome, contrastato da un altro perito ovviamente dello stesso ceppo. Schmitter contro Brinkmann. E perfino i protagonisti diventano ostici. Come alberi sconosciuti di una selva oscura.